Hong Kong, la domestica torturata "ha perdonato i suoi aguzzini"

Una coppia del Territorio ha abusato di una giovane indonesiana per 2 anni: condannati a 3 e 5 anni di galera. Il giudice ritiene alcune accuse "non reali", ma le prove bastano per la sentenza. Associazione per i diritti dei migranti: "Siamo esseri umani, non bestie".

Hong Kong (AsiaNews/Agenzie) - Kartika Puspitasari, aiutante domestica indonesiana, "ha già perdonato" la coppia di coniugi di Hong Kong che l'ha torturata per due anni nella loro casa di Tai Po. So Wai-tak, giudice distrettuale del Territorio, ha condannato Tai Chi-wai e la moglie Catherine Au Yuk-shan rispettivamente a 39 e 66 mesi di galera. I due sono stati riconosciuti colpevoli di abusi contro la domestica, anche se la corte ha stabilito che alcune delle accuse sono "non aderenti alla realtà".

La Puspitasari aveva denunciato i propri datori di lavoro per una serie di stipendi non corrisposti. Nel corso della prima udienza, però, sono emerse le torture che la coppia (che ha tre figli dai 3 agli 11 anni) le imponeva quasi quotidianamente. Sul corpo la domestica ha 45 ferite ancora visibili che - secondo un perito del tribunale - risalgono a "poche settimane prima della visita".

Fra le atrocità subite vi sono percosse con catene di bicicletta,bruciature, pestaggi a mani nude e persino 5 giorni senza mangiare né bere, legata in casa mentre la famiglia era in vacanza. Il giudice ha ritenuto alcune di queste accuse infondate, così come ha escluso violenze sessuali o umiliazioni di genere nei confronti della donna. Che però, parlando ieri a una conferenza stampa organizzata dal consolato indonesiano, ha dichiarato: "Io ho perdonato i miei ex datori di lavoro, ma ho detto la verità. Ora non voglio più ricordare nulla di tutto questo".

La questione riporta l'attenzione sul dramma dei lavoratori stranieri a Hong Kong. La maggior parte di queste persone proviene da Filippine e Indonesia, per lo più con incarichi da aiutante domestica o impiegate in imprese di pulizia. Tuttavia tra salari bassi, difficoltà a reperire un alloggio, impossibilità di ottenere la cittadinanza e una velata ostilità di stampo razzista la loro vita è spesso molto complicata.  Mia Sumiati, che guida la Komunitas Migrant Indonesia, sostiene che questo caso possa mandare un messaggio importante: "I migranti sono esseri umani. Se il loro lavoro non soddisfa, basta mandarli via. Non serve a nulla trattarli come bestie". 

 

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