Riyadh: predicatore islamico condannato a 12 anni per una preghiera a Santa Sofia

Il fatto risale al 2014, quando la controversa ex basilica era ancora un museo prima della conversione a moschea. Abdullah Basfar, già docente di studi islamici, ha trascorso due anni in custodia cautelare prima del processo. Le tensioni dell’epoca fra Riyadh e Ankara fra le ragioni dell’arresto.

di Dario Salvi

Riyadh (AsiaNews) - Un tribunale saudita ha condannato in questi giorni un predicatore islamico a 12 anni di galera per aver guidato una preghiera nella ex basilica, oggi moschea di Santa Sofia a Istanbul nel lontano 2014. Una sentenza che conferma, una volta di più, la stretta imposta dalla leadership del regno wahhabita contro attivisti, dissidenti e persino religiosi non allineati alle direttive istituzionali o, più semplicemente, invisi al regime al potere. 

Secondo quanto riferisce l’ong attivista Prisoners of Conscience, la corte ha processato e condannato il 12 ottobre scorso - ma la notizia è emersa solo in questi giorni - l’imam e predicatore Abdullah Basfar. La sua colpa è di “aver accolto l’invito a guidare la preghiera dei fedeli nel cortile [all’epoca ancora un museo] della moschea di Santa Sofia, in Turchia”. “Stigmatizziamo la sentenza - afferma in una nota il movimento - e ne chiediamo il rilascio immediato e senza condizioni”. 

Fra le più autorevoli figure religiose del regno, Abdullah Basfar ha ricoperto in passato il ruolo di docente con una cattedra in studi islamici e sulla Sharia presso l’università King Abdulaziz di Jeddah. Da personalità rispettata, nel 2020 è diventato uno dei molti obiettivi della politica repressiva di Mohammad bin Salman (Mbs) e del suo circolo di potere, dopo la diffusione online di una preghiera recitata a Santa Sofia nel 2014, diventata in breve tempo virale. Lo sceicco è rimasto in custodia cautelare per due anni, in attesa di processo; durante gli interrogatori in regime di carcerazione preventiva egli avrebbe subito molestie e abusi.

Le ragioni esatte del suo arresto e delle accuse non sono mai state chiarite dalle autorità saudite, ma il sospetto è che Riyadh abbia voluto punire l’iniziativa di guidare una preghiera in terra turca, in una fase in cui i rapporti fra i due Paesi erano segnati da tensione. Una frattura che si è ampliata negli anni successivi, in particolare dal 2018 in seguito all’uccisione del giornalista dissidente Jamal Khashoggi per ordine di bin Salman e rientrata di recente con una nuova fase di rapporti fra i due Paesi leader del mondo musulmano sunnita.

Nell’aprile scorso si è tenuta la prima preghiera per il Ramadan a Santa Sofia, patrimonio Unesco. Una antica basilica cristiana (come Chora) poi museo a inizio ‘900 sotto Ataturk, trasformata nel 2020 in moschea secondo la politica nazionalista e islamica impressa dal presidente Recep Tayyip Erdogan per nascondere la crisi economica e mantenere il potere. A seguito del decreto che ne ha sancito la riconversione, le autorità musulmane hanno coperto con una tenda bianca le immagini di Gesù, affreschi e icone che testimoniano la radice cristiana, scatenando una controversia politico-religiosa che ha varcato i confini nazionali. 

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