Mons. Hinder: fra crisi economica e Covid-19, prioritario salvaguardare i cristiani d’Arabia

Il vicario dell’Arabia meridionale nominato amministratore apostolico del Nord dopo la scomparsa di mons. Ballin. Fra le priorità la conclusione dei lavori della cattedrale del Bahrain e l’aiuto alle comunità migranti. Restano le restrizioni ai viaggi a causa della pandemia di nuovo coronavirus. Un pensiero per lo Yemen, una “ferita aperta”.

di Dario Salvi

Abu Dhabi (AsiaNews) - In un contesto critico a causa della crisi economica e della pandemia di nuovo coronavirus, è “importante preservare i legami fra comunità cristiane”. È quanto sottolinea ad AsiaNews mons. Paul Hinder, vicario apostolico dell’Arabia meridionale (Emirati Arabi Uniti, Oman e Yemen), da poco nominato amministratore apostolico sede vacante dell’Arabia settentrionale (Kuwait, Arabia Saudita, Qatar e Bahrain). Un incarico affidatogli a causa della scomparsa in seguito a una lunga malattia di mons. Camillo Ballin, morto a metà aprile all’età di 76 anni. Sono lavoratori migranti “che vengono da tutto il mondo”, quindi è prioritario “mantenerne l’unità anche e soprattutto a livello spirituale” come è fatto “dal mio predecessore, del quale intendo proseguire il cammino”.

“Non intendo apportare innovazioni - racconta il prelato di origini svizzere - ma continuerò il lavoro avviato da mons. Ballin, partendo dal completamento dei lavori di costruzione della cattedrale in Bahrain”. Vi sono poi “diverse questioni legali e amministrative da approfondire, ma è un lavoro che verrà sviluppato nelle prossime settimane dopo aver parlato con i collaboratori residenti”. L’interazione con loro, aggiunge, “sarà fondamentale anche se al momento possibile solo a distanza, perché almeno per i prossimi due mesi non potrò viaggiare a causa dell’emergenza Covid-19”. 

Fino al 2011 mons. Hinder si era già occupato della cura pastorale di Bahrain, Qatar e Kuwait, incarico abbandonato con la creazione del vicariato dell’Arabia settentrionale affidato alla cura di mons. Ballin. Al territorio originario, si è poi aggiunta anche l’Arabia Saudita con la quale il vescovo di origini venete aveva creato buoni rapporti avendola visitata a più riprese nel corso degli anni. “Da che ho lasciato l’incarico - prosegue mons. Hinder - questi territori sono quasi del tutto cambiati. Il Nord, rispetto al Sud, è più complicato a livello politico e anche i viaggi sono più difficili, visto che non è possibile andare direttamente in Qatar” a causa delle tensioni in atto da anni nell’area. Vi è poi il regno wahhabita, che “è una realtà a sé stante”. 

Pur essendo “simile sotto molti aspetti”, la realtà del Golfo offre alcune “specificità” per i singoli Paesi che la compongono: “L’Arabia Saudita è diversa dal Kuwait, il Bahrain è differente rispetto al Qatar e questo complica la cura pastorale, soprattutto in questo momento storico in cui è così difficile viaggiare. Per confrontarmi con il clero locale userò i mezzi della tecnologia a disposizione, da Zoom a Skype, le mail. Prima di agosto - sottolinea - penso che non sarà possibile viaggiare e recarsi di persona sul posto”. 

Fra le priorità vi è anche “il sostegno morale e materiale ai cristiani dell’area, in larghissima maggioranza migranti economici che rischiano di dover tornare nei Paesi di origine. Quando saranno allentati i divieti di spostamento intendo visitare le diverse comunità, fare sentire la mia presenza e la cura pastorale in una zona che resta vastissima”. Inoltre, grazie all’opera di papa Francesco “vi è ormai un rapporto consolidato con i leader musulmani dell’area… il seme è stato gettato e si tratta ora di coltivarlo”. 

Mons. Ballin, spiega il vicario d’Arabia, “ha svolto un lavoro importantissimo in Arabia Saudita, nazione che ha potuto visitare e conoscerne la realtà grazie al passaporto concessogli dal re del Bahrain. Entro l’anno vorrei concludere i lavori alla cattedrale, un progetto a lui molto caro. Tuttavia, i maggiori sforzi andranno nella direzione della salvaguardia della comunità cristiana, perché è forte il timore di una emorragia di fedeli a causa della crisi economica. Dobbiamo restare vicini a loro, aiutarli e far sentire la nostra presenza come Chiesa”. 

Infine, mons. Hinder rivolge un pensiero conclusivo a una nazione del vicariato meridionale a lui cara, lo Yemen, martoriato dalla guerra, da emergenze sanitarie l’ultima delle quali legata alla pandemia di nuovo coronavirus. “Rinnovo la mia grande preoccupazione per lo Yemen - conclude il prelato - che resta una ferita aperta. Con la pandemia di Covid-19 la sofferenza del popolo è sempre più grande. Si è nascosto per troppo la circolazione del virus, che si è diffuso in modo silenzioso e ora si vedono i risultati in tutta la loro drammaticità”. 

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