“Non uccidere Djalali”, la campagna a favore del medico condannato a morte in Iran

Amnesty International “non è stata presentata alcuna prova per dimostrare che egli è altro che un accademico che persegua pacificamente la sua professione”. In suo favore si sono schierate le autorità di Svezia e Italia, i Paesi dove ha svolto la sua attività, e organizzazioni internazionali. Un appello è stato rivolto a papa Francesco dai due figli, di 5 e 14 anni.

Teheran (AsiaNews/Agenzie) – Si rafforza la campagna internazionale a difesa di Ahmadreza Djalali, medico e ricercatore iraniano condannato a morte da un tribunale iraniano per “aver lavorato con il governo israeliano”. In suo favore si sono schierate le autorità di Svezia e Italia, i Paesi dove ha svolto la sua attività, e organizzazioni internazionali, a partire da Amnesty International. Un appello è stato rivolto a papa Francesco dai due figli, di 5 e 14 anni.

Djalali , 45 anni, e sua moglie Vida Mehrannia entrambi iraniani, si erano trasferiti in Svezia nel 2009 per un dottorato; poi hanno vissuto in Italia, a Novara, dove dal 2012 al 2015 lui è stato assegnato al Centro di ricerca interdipartimentale in medicina dei disastri dell’Università del Piemonte orientale. Djalali ha continuato a avere legami con il suo Paese natale, dove ogni si recava due volte all’anno su invito dell’università di Teheran. Fino al 24 aprile 2016, quando è stato arrestato.

Sua moglie ha riferito che racconta che per tre mesi è stato in isolamento assoluto e per altri quattro parziale nel carcere di Ervin. Poi è arrivata la notizia della condanna al termine di un processo-farsa, in gran parte senza che il ricercatore potesse avere un difensore.

All’origine delle accuse, ipotizzano i suoi colleghi italiani e svedesi - come lui esperti in chirurgia d’emergenza - potrebbe essere stato il fatto di aver firmato articoli specialistici con ricercatori sauditi o di avere insegnato con professori israeliani nello stesso master e aver partecipato, ancora con un esperto israeliano, a un progetto Ue sulla gestione di emergenze radiologiche, chimiche e nucleari.

Philip Luther, direttore di Amnesty International per il Medio Oriente e il Nord Africa, ha dichiarato che “non è stata presentata alcuna prova per dimostrare che egli è altro che un accademico che persegua pacificamente la sua professione”. “Le autorità devono liberarlo immediatamente e incondizionatamente e ritirare tutte le accuse contro di lui”.

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