Teheran: confessioni, torture e carcere. Nuove condanne per i cristiani convertiti

Un tribunale ha confermato in appello decine di anni di prigione a carico di cinque imputati. La loro “colpa” è aver partecipato a funzioni nelle chiese domestiche, seguito corsi sulla fede online e di formazione all’estero (Turchia). Il 7 ottobre un altro processo per vilipendio. Ad agosto la tv di Stato ha trasmesso un documentario di propaganda con confessioni forzate di convertiti.

di Dario Salvi

Teheran (AsiaNews) - Confessioni estorte a forza facendo ampio ricorso alla tortura, condanne al carcere in primo grado e altre confermate in appello con sentenze che vanno fino ai 10 anni di prigione, con la sola “colpa” di professare la fede o essersi convertiti abbandonando l’islam. I cristiani in Iran sono di nuovo nel mirino della magistratura e delle autorità, con un giro di vite che prende di mira soprattutto gli adulti convertiti in base a capi di imputazione pretestuosi come il minare l’integrità dello Stato ed essere al soldo di potenze straniere. Una forma di persecuzione a sfondo confessionale che perdura da tempo e che ha reso la Repubblica islamica uno dei Paesi particolarmente a rischio in tema di libertà religiosa.

Il 17 settembre scorso la sezione 36 della Corte d’appello di Teheran ha confermato in secondo grado le condanne a un totale di oltre 41 anni di reclusione per cinque iraniani convertiti al cristianesimo. Human Rights Activists News Agency riferisce che Hessamuddin Mohammad Junaidi, Abolfazl Ahmadzadeh-Khajani e altri due imputati che hanno chiesto l’anonimato dovranno scontare ciascuno otto anni e un mese di reclusione. Il quinto, Morteza Faghanpour Saasi, si è visto comminare una condanna a otto anni e 11 mesi, di cui: sette anni e sei mesi per ”attività educative e di proselitismo devianti, contrarie e lesive della legge islamica (sharia) in relazione a contatti con l’estero”, sette mesi per propaganda contro il regime e 17 mesi per aver insultato la Guida Suprema. 

Gli altri quattro imputati hanno ricevuto sette anni e sei mesi per l’accusa di proselitismo più sette mesi per propaganda contro il regime. La Sezione 1 del Tribunale Rivoluzionario di Varamin ha emesso la sentenza iniziale il 16 luglio. Le accuse si basavano su presunte distribuzioni illegali di libri a sfondo religioso cristiano, partecipazione a programmi di formazione alla fede online all’estero e pubblicazione di una caricatura di Ali Khamenei sui social media. A questo si aggiunge un ulteriore capo di imputazione per vilipendio, con un’udienza fissata per il prossimo 7 ottobre presso la Sezione 104 del Tribunale Penale Due di Varamin.

Le accuse contro i cristiani, presentate ai sensi dei famigerati articoli 500 bis, 500 e 514 del codice penale islamico, riguardavano la loro partecipazione a corsi di formazione cristiana in Turchia, la partecipazione a riunioni della chiesa domestica e altre attività online. Ad uno dei cinque condannati - Faghanpour Saasi, arrestato a giugno e trasferito a Evin - è stato riservato un trattamento particolarmente duro: perquisizione della casa, la confisca di libri e di immagini religiose, il sequestro del cellulare e violenze in carcere durante i mesi di detenzione preventiva.

Morteza è stato fermato sul posto di lavoro il 12 giugno, poi gli agenti hanno fatto irruzione nella sua abitazione e hanno confiscato gli effetti personali tra cui la sua Bibbia. Le accuse di propaganda a suo carico riguardavano la sua presunta distribuzione “illegale” di libri cristiani e l’aver preso parte a corsi e funzioni online. Secondo fonti di Article18 è stato oggetto di torture e abusi durante i 20 giorni trascorsi nella sezione 209 della prigione Evin a Teheran, reparto sotto la giurisdizione del ministero dell’Intelligence.

La Repubblica islamica è il nono peggior Paese al mondo in tema di persecuzione cristiana nella World Watch List di Open Doors International. Sebbene Teheran riconosca alcune comunità storiche come gli armeni e i caldei, i fedeli sono spesso trattati come cittadini di seconda classe e colpiti da politiche discriminatorie. È loro vietato predicare il Vangelo o possedere una Bibbia in lingua persiana, mentre la maggioranza della popolazione è formata da convertiti dall’islam che affrontano le peggiori conseguenze della repressione. Sono visti come apostati e trattati come una minaccia al controllo del governo islamico sul popolo, ministri del culto sono stati arrestati e accusati di “crimini contro la sicurezza nazionale”.

Le persecuzioni, in alcuni casi, si trasformano anche in una sorta di una gogna pubblica: lo scorso agosto, infatti, il telegiornale serale di una televisione di Stato ha trasmesso confessioni forzate di cristiani convertiti in una sorta di documentario propaganda che riportava accuse relative alla sicurezza, parte di una campagna di fabbricazione di casi e pressioni. Il reportage, prodotto con la partecipazione di Ameneh Sadat Zabihpour, una nota figura dell’Irib (Islamic Republic of Iran Broadcasting) legata alle agenzie di sicurezza, bolla i convertiti come “evangelisti” legati a entità straniere, collaborazionisti e minaccia alla sicurezza. 

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