Card. Sako: dalla cattedrale di Baghdad a Qaraqosh, il martirio dei cristiani iracheni

Un filo rosso sangue caratterizza la storia dell’ultimo ventennio della comunità in Iraq. Il patriarca caldeo denuncia la mancanza di “garanzie necessarie” per una “reale sicurezza” e garantire loro “un futuro”. Anche la strage alle nozze nella piana di Ninive strumentale alla loro cacciata. Il duro attacco a sedicenti milizie che attaccano e dividono, invece di proteggere, i cristiani.

di Dario Salvi

Roma (AsiaNews) - Vi è un filo rosso - come il sangue versato - che unisce le vicende dei cristiani degli ultimi 20 anni in Iraq, dall’invasione statunitense nel 2003, in particolare dall’attentato jihadista alla chiesa siro-cattolica a Baghdad fino alla strage a una festa di nozze a Qaraqosh: il martirio di una comunità che, nel tempo, ha pagato con le uccisioni, l’esodo, la lotta per la sopravvivenza e un futuro che, ancora oggi, appare incerto. Come racconta ad AsiaNews lo stesso patriarca caldeo, il card. Louis Raphael Sako, che abbiamo incontrato nei giorni scorsi a Roma per partecipare al Sinodo: “Non vi sono le garanzie necessarie per una reale sicurezza - afferma il porporato - e per un futuro stabile. Il quadro è sempre di estrema fragilità, ma i cristiani non possono vivere in un clima di persistenze insicurezza e precarietà”, mentre il loro sangue continua a scorrere impunito fra attentati, incidenti e persecuzioni etnico-confessionali. 

Oggi ricorre il 13mo anniversario dalla strage alla cattedrale siro cattolica di Nostra Signora della Salvezza (Sayedat al-Najat) a Karrada, un quartiere di Baghdad, teatro il 31 ottobre 2010 di un attacco suicida di una cellula irachena di al-Qaeda. Un gruppo di terroristi ha fatto irruzione durante la messa domenicale, prendendo in ostaggio i fedeli al suo interno. Al tentativo di blitz delle forze di sicurezza i jihadisti hanno risposto aprendo il fuoco e compiendo un vero e proprio massacro, al termine del quale sono morte 58 persone inclusi i due sacerdoti che stavano celebrando al momento dell’attacco (p. Thair e p. Waseem), almeno 75 i feriti. Per i cristiani iracheni si è trattato dell’attacco “più sanguinario” dalla fine della Seconda guerra mondiale. 

Una lunga scia di violenza e terrore che ha colpito sacerdoti, vescovi, fedeli e che dopo la tragedia dello Stato islamico e la campagna internazionale che ne ha sancito la sconfitta (almeno sul piano militare) sembrava aver restituito una speranza di rinascita. Tuttavia, alla situazione persistente di fragilità e precarietà in parte alleviata dalla visita di papa Francesco nel 2021 si è aggiunto un ultimo, drammatico capitolo con la strage - dai contorni misteriosi - ad un matrimonio a Qaraqosh a fine settembre. Un rogo che ha distrutto la sala in cui si stavano festeggiando le nozze e un bilancio di almeno 126 morti e centinaia di feriti. I cristiani, racconta il card. Sako, vanno alla ricerca “di un futuro per i loro figli” che non può essere caratterizzato da violenze e insicurezza. “Serve un luogo dove possano studiare, frequentare scuole e università, trovare un lavoro” ma in Iraq questo non è ancora possibile “perché tutto è settario: sunniti, sciiti, curdi - prosegue - riservano [posti e ruoli di potere] ai membri della loro comunità” e i cristiani finiscono per essere esclusi. “Anche la sedicente milizia delle Brigate Babilonia [all’origine degli attacchi al patriarca e che ha manovrato per il ritiro del decreto presidenziale, cui il card. Sako ha risposto spostando, con una decisione senza precedenti, la sede patriarcale da Baghdad a Erbil] perseguita i cristiani, invece di difenderli. Questo è ciò che sta avvenendo ancora oggi nella piana di Ninive”.

Il rogo al matrimonio “è stato uno shock per tutti, anche per i musulmani” afferma il primate caldeo, anche perché è avvenuto in una zona in cui finora si viveva “in condizioni di relativa calma, di pace. Gli abitanti di questi villaggi sono molto legati fra loro, vi erano mille persone all’interno della sala al momento dell’incidente e in pochi minuti è bruciato tutto”. Secondo alcune fonti, prosegue il porporato, “il proprietario di questa struttura sarebbe legato alle milizie [Babilonia], ma non vi sono elementi certi al riguardo”. Di sicuro vi è, afferma, che “vogliono intimidire i cristiani per spingerli ad abbandonare la zona, lasciare l’Iraq, e fare in modo che sia occupata da altri, rubarne le proprietà, i terreni, le case. Anche questo incidente è strumentale alla loro cacciata”.

Alla mentalità settaria, il patriarca caldeo risponde con una prospettiva di appartenenza comunitaria “all’Iraq” e alla “identità cristiana. Io - spiega - non ho mai pensato di essere il capo dei caldei, ma rappresento tutti, anche i musulmani e tanti ne abbiamo aiutati in questi anni”. Al contrario, questa milizia “sta solo cercando di dividere i cristiani e ha comprato anche alcuni vescovi con denaro” per attirare i loro favori e “questo ha creato enorme scandalo, oltre ad aver fatto perdere loro la credibilità. Dicono che la Chiesa è con questa milizia, ma è solo propaganda e bugie”. Di fronte alle violenze che troppo spesso assumono i connotati del martirio, il card. Sako ha deciso di rispondere con fermezza, e coerenza. “A Baghdad - conclude - farò ritorno solo quando verrà ritirato il decreto. La nostra Chiesa molto ha dato all’Iraq, dalla visita del papa agli aiuti umanitari ai musulmani ai tempi dell’Isis, anche maggiori rispetto a quelli riservati ai cristiani. Oggi, il ringraziamento delle istituzioni è quello di punire il patriarca e un’intera comunità”.

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