Card Sako: strategia comune e tutela dei cristiani per garantire un futuro all’Iraq

In una lettera appello alle istituzioni e alla popolazione civile il porporato auspica un dialogo politico coraggioso per superare crisi e difficoltà. I pericoli di un conflitto Usa-Iran che causerà “rovina, distruzione e frammentazione”. Governo e autorità musulmane devono incoraggiare e preservare la presenza cristiana.

di Dario Salvi

Baghdad (AsiaNews) - Gli irakeni devono “aprire un dialogo politico coraggioso” e sviluppare una “strategia concordata” da tutti gli schieramenti politici, adoperandosi “per la sua attuazione” per uscire “dalle crisi e dalle calamità correnti”. È quanto scrive il primate caldeo, il card Louis Raphael Sako, in un accorato appello al popolo irakeno e alla leadership politica e istituzionale, pubblicato sul sito del patriarcato e inviato per conoscenza ad AsiaNews. “Gli irakeni - avverte - devono avere fiducia in loro stessi, nelle loro capacità e unità” sfidando le difficoltà, i problemi e i pericoli che minacciano ancora oggi il futuro della nazione. 

Dalle tensioni fra Iran e Stati Uniti, che rischiano di coinvolgere l’Iraq, alla difficile ripresa di una nazione segnata dalle violenze fondamentaliste e dagli anni bui di dominio dello Stato islamico, sconfitto a livello militare ma non sul piano ideologico, sono molte le sfide da affrontare. In questo contesto il patriarca caldeo invita i politici ad “assumersi le responsabilità” per “preservare i risultati raggiunti”, evitando di restare invischiati “in una guerra per procura” di fronte alla crisi in atto fra Washington e Teheran. 

Un conflitto che, se dovesse scoppiare, provocherà “rovina, distruzione e frammentazione” spingendo sempre più persone “a emigrare” e causando “più vittime nell’intera regione”. Ecco perché, spiega il card Sako, è sempre più urgente operare per la pace e lavorare secondo una “visione futura” di una nazione che sia fondata sulle basi “della democrazia, dello Stato di diritto e del rispetto della diversità”. Rafforzando l’impegno comune “alla pace e alla prosperità”. 

In un momento critico per la vita dell’Iraq e di tutto il Medio oriente, il primate caldeo riserva una riflessione particolare per la comunità cristiana che, negli ultimi anni, ha abbandonato in massa la regione in cerca di salvezza e riparo in Nord America, Europa e Australia. “I cristiani - avverte - sono una componente essenziale”; essi sono stati fra i primi a difendere “i valori della cittadinanza e della fratellanza umana”, preservando “le città, le chiese e i monasteri dall’alba del cristianesimo fino alla caduta del regime [di Saddam Hussein] nel 2003”.

Il crollo del precedente sistema ha aperto le porte all’avanzata jihadista e fondamentalista, favorito l’ingresso di terroristi che hanno rapito e ucciso fedeli e sacerdoti, fatto saltare in aria le chiese come è accaduto alla siro-cattolica di Nostra Signora della liberazione a Baghdad. Il porporato ricorda poi l’ascesa dell’Isis e la fuga dei cristiani da Mosul e dalla piana di Ninive, con il corollario di luoghi di culto ed edifici storici “bruciati o fatti saltare in aria”. “Oggi - afferma - nonostante la liberazione delle loro aree, non hanno ricevuto alcun sostegno dal governo irakeno per ricostruire le case e riparare le infrastrutture”. 

I cristiani, oggi, sono suddivisi in 14 chiese la più importante delle quali è la caldea, che - accusa il porporato - ha formato “partiti politici e organizzazioni che non hanno fatto nulla per loro”. Il numero è “diminuito drasticamente” dopo il 2003, anche a causa del terrorismo e dalla progressiva esclusione dalla vita politica e istituzionale del Paese. La comunità locale, prosegue, “è stata emarginata” e sono state emanate “leggi sleali nei loro confronti”; il “culmine” è rappresentato dall’ascesa dell’Isis e dalla successiva perdita delle proprietà e della fiducia in un futuro. “Molti sono emigrati […] per garantire l’educazione dei figli e il loro futuro”. 

Ecco perché, conclude il patriarca caldeo, il governo, le autorità religiose musulmane e i blocchi politici devono “prendere sul serio le preoccupazioni dei cristiani, rassicurarli e incoraggiarli a rimanere nella loro terra”. I cristiani “contribuiranno a sensibilizzare gli irakeni sui valori di cittadinanza, tolleranza e rispetto e il consolidamento della convivenza su questa terra”. 

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