Iraq, genocidio e infanzia negata: il dramma (dimenticato) dei bambini yazidi

La denuncia in uno studio pubblicato da Save the Children che ha incontrato oltre un centinaio di minori fra 7 e 17 anni. Molti vivono ancora in condizioni di sfollati, nel timore di essere rapiti, arruolati, il diritto allo studio negato. Senza interventi, la situazione è destinata a “peggiorare”.

di Dario Salvi

Erbil (AsiaNews) - A distanza di otto anni dall’ascesa dello Stato islamico (SI, ex Isis), con la sua scia di sangue e devastazioni nel nord dell’Iraq, la gran parte dei bambini yazidi vivono ancora oggi in condizioni di “sfollati” dalle loro comunità e dai luoghi originari. A lanciare l’allarme gli attivisti di Save the Children in uno studio pubblicato in questi giorni, dal quale emerge che “molti” minori vivono “in ambienti insicuri” e “circondati da promemoria fisici” delle violenze subite per mano delle milizie jihadiste, come “case, scuole e ospedali distrutti”. 

Nel rapporto emerge lo stato di abbandono nel quale versano i bambini, la cui infanzia è in gran parte negata e le sofferenze dimenticate dalla comunità internazionale, che deve “soddisfare il loro pieno diritti all’istruzione” e alla speranza “di un futuro migliore”. Nell’estate del 2014 circa 400mila yazidi - minoranza etnico-religiosa che vive a cavallo Siria e Iraq - sono stati catturati, uccisi o costretti a fuggire dalla terra originaria, a Sinjar, per le violenze degli uomini del cosiddetto “califfato islamico”.

A distanza di anni le Nazioni Unite hanno riconosciuto come un vero e proprio “genocidio” le persecuzioni di cui sono stati vittime. Fino a 3mila donne e ragazze sono state rapite, hanno subito stupri e altre forme di violenza sessuale e molte risultano ancora oggi disperse. I giovani sono stati separati dalle loro famiglie e reclutati a forza fra le fila dello Stato islamico. 

Per cogliere l’impatto della tragedia subita, e la sua attualità, gli attivisti hanno incontrato 117 minori di età compresa fra i 7 e i 17 anni, che erano ancora piccolissimi o poco più che bambini quanto hanno perduto le loro madri, i padri, fratelli e sorelle nelle violenze. Tutti i rispondenti, a prescindere dall’età, dicono di nutrire sentimenti costanti di paura e di mancanza di sicurezza nella vita di tutti i giorni. Tra gli adolescenti, 39 dei 40 coinvolti nello studio hanno dichiarato di non “sentirsi al sicuro dove vivono” e di essere preoccupati per “rapimenti, violenza sessuale, reclutamento” da parte di gruppi armati e “ulteriori perdite familiari o separazioni”. “Ogni giorno - racconta Khalid, il nome è di fantasia e l’età è fra i 7 e i 10 anni - vediamo bambini piccoli che portano armi e lavorano con le forze di sicurezza e i gruppi armati”. 

Fra i problemi vi è anche la questione linguistica, perché molti bambini hanno dimenticato il loro idioma nativo, il Kurmanji, o sono nati in cattività senza mai averlo imparato e per questo incontrano enormi difficoltà a comunicare con parenti sopravvissuti. E a fare ritorno nelle comunità di origine. A questo si aggiunge il disturbo post-traumatico, in particolare nelle ragazzine sopravvissute ad abusi e violenze sessuali, che portano disturbi comportamentali, depressione e altre problematiche di natura psichica e fisica. 

Mancanza di documenti di identità, diritto allo studio negato, assenza di programmi specifici di recupero sono alcuni fra i tanti elementi di criticità, con scuole bombardate, tragitti insicuri e il rischio - ancora presente - di incorrere in rapimenti. “I nostri bambini e le nostre bambine hanno paura ad andare in scuole troppo lontane - sottolinea Souzan, assistente sociale (anche per lei il nome è di fantasia) - per il timore di venire sequestrati”.

Rizgar Aljaff, direttore per l’Iraq di Save the Children, osserva: “I bambini yazidi continuano a vivere nella paura per ciò che loro e le loro famiglie hanno sperimentato per mano dell’Isis. I loro diritti fondamentali di bambini sono tuttora negati. Le cure e il sostegno urgenge di cui hanno bisogno per aiutare a elaborare il trauma e la guarigione sono ancora gravemente carenti. Se non cambia nulla, l'impatto del genocidio - conclude - sui bambini yazidi non farà altro che peggiorare”.

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