Nelle lotte irachene cambia il volto del Medio oriente

Nell’attuale crisi emergono tre scenari: la nascita di un’entità curda, la formazione di una zona sunnita irakena e l’indebolimento del legame con Teheran. La creazione di uno Stato indipendente curdo sostenuta da Israele; anche Washington non è contraria. Il dilemma della leadership fra i sunniti e il governo di coalizione per favorire la riconciliazione.

di Fady Noun

Beirut (AsiaNews) - In attesa che tutti gli elementi relativi alla crisi irakena si chiariscano, e considerando lo stato attuale, l'intrigo politico che si consuma nel nord dell'Iraq sembra tradursi - secondo quanto afferma un ricercatore libanese a Parigi - in un'azione delle forze della regione e dell'Occidente, che va in questa direzione:

1) La creazione di un Kurdistan (nato dal territorio un tempo parte dell'Iraq) sovrano e indipendente, sempre più potente e che può da ora in avanti contare su Kirkuk e sui proventi legati al petrolio racchiuso nel suo sottosuolo. Il cuore e il nocciolo di questo Kurdistan risale all'epoca della presidenza di Bush padre negli Stati Uniti, il quale aveva imposto una no-flight zone per proteggere una regione curda che si articolava nei dintorni di Erbil e Sulaymaniyah. La sua formazione ha comportato una riconciliazione forzata fra i due principali partiti curdi, il Pdk di Barzani e l'Upk di Talabani, che in precedenza si erano combattuti a lungo.

La nascita di una entità curda secondo questo modello è conforme ai desideri dei padri fondatori del moderno Stato di Israele, come Ben Gurion o Moshé Sharrett i quali, in una corrispondenza risalente agli anni '50 e trascritta da Le Monde Diplomatique una ventina di anni fa, scrivevano della necessità di dividere l'Iraq attuale, il solo Paese arabo che disponeva al tempo stesso, e in modo copioso, di tre elementi di forza: la popolazione, il petrolio e l'acqua... Tre fattori che potevano permettere alla nazione di sviluppare una base industriale e tecnologica avanzata.

In ogni caso, il Kurdistan attuale è accolto con favore da Israele, e non dispiace nemmeno agli Stati Uniti anche se [Washington] non può appoggiare pubblicamente la sua domanda di indipendenza e, al tempo stesso, sostenere il governo centrale di Nouri al-Maliki. Tuttavia, queste rivendicazioni si tradurranno, prima o poi, in un fatto concreto secondo un'agenda che soddisfa prima di tutto i curdi.

2) La formazione di una zona sunnita irakena, che permetta di separare fisicamente Teheran e Baghdad da Damasco e Beirut; e che potrà permettere, al contempo, di dar vita a un collegamento diretto fra la Turchia e gli Stati arabi sunniti (Giordania, Arabia Saudita e Paesi del Golfo).

Tuttavia, nel quadro di questa ipotesi sorgono due domande fondamentali: Chi, alla fine, si metterà alla testa di questa zona sunnita irakena: un conglomerato di tribù? Lo Stato islamico? I membri dell'ex partito Baath - legati al defunto Saddam Hussein - di Izzat el-Douri, ex vice-presidente irakeno ai tempi del raìs? E quale ruolo verrà assegnato a ciascuna di queste forze in campo? La Turchia si impadronirà dei territori del nord dell'Iraq, approfittando della confusione? E vorrà annettere la regione e il petrolio di Mosul, a proposito del quale è aperto da tempo un contenzioso?

3) Nel frattempo, ciò che è certo è che la creazione di una zona sunnita irakena intende togliere l'Iran dal panorama del Medio oriente. L'eliminazione o la "diluizione" (leggi indebolimento) di un governo Maliki, per impedire la formazione di un Iraq sciita molto vicino all'Iran... Sapendo che le riserve petrolifere dell'Iraq sciita, unite a quelle iraniane, darebbero vita a una realtà con un potenziale gigantesco a livello di idrocarburi. È per questo motivo che Washington starebbe premendo per ottenere l'allontanamento di al-Maliki, o cercherebbe quantomeno di restringerne i margini di manovra legandolo a un "governo di coalizione" che avrebbe come scopo quello di riconciliare tutte le anime dell'Iraq.

 

 

 

 

 

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