Baghdad (AsiaNews) – Il discusso referendum sullo status di Kirkuk non si terrà, come stabilito dalla Costituzione irachena, entro quest’anno, e si svolgerà non prima di giugno 2008. È quanto emerge da un comunicato stampa della United Nations Assistance Mission for Iraq (UNAMI): il governo del Kurdistan e quello di Baghdad hanno deciso di estendere la missione dell’Alto Comitato per l’applicazione dell’articolo 140 della Costituzione irachena di altri sei mesi. La missione del Comitato scade il 31 dicembre 2007, ma “date le difficoltà tecniche e logistiche nel tenere il referendum prima della fine dell’anno… si è deciso che da gennaio 2008 inizierà il necessario processo per facilitare, entro sei mesi, l’applicazione dell’articolo 140 con l’assistenza dell’UNAMI e di tutte le parti interessate”. In poche parole: non si andrà alle urne almeno fino a giugno prossimo.
L’articolo 140 della Costituzione irachena è legato alla normalizzazione della situazione a Kirkuk, dove convivono curdi, turcomannni, arabi e cristiani. Il voto popolare deve stabilire se la città sarà annessa alla regione semiautonoma del Kurdistan o farà parte di una provincia sotto l’amministrazione del governo centrale. Lo stesso articolo, inoltre, promette di allontanare - dietro indennizzo - i coloni arabi trasferiti da Saddam Hussein, e di riportare i curdi in città. Ma gli interessi in gioco sono molti e troppo alti e l’appuntamento elettorale spaventa molti. Il problema è legato alle risorse energetiche. Kirkuk si sviluppa sul secondo giacimento petrolifero dell’Iraq e possiede il 70 per cento dei depositi di gas naturale della nazione. Il rischio è che se il referendum affiderà ai curdi l’amministrazione della città, questi disporrebbero di una risorsa vitale e sufficiente a garantire una loro eventuale indipendenza dal resto dell'Iraq. Tale prospettiva non piace prima di tutto alla Turchia, timorosa di conseguenti possibili spinte indipendentiste delle popolazioni curde all’interno dei suoi confini. Il voto è osteggiato pure dalle comunità arabe che popolano la città. Anche l’Iran è contrario all’eventualità e gli stessi Stati Uniti temporeggiano nel timore che si accenda un nuovo fronte di violenze nel “pacifico” nord.










