Tra i cristiani del nord: il dramma del sovraffollamento e la minaccia della curdizzazione

AsiaNews raccoglie la testimonianza di un gruppo di cristiani iracheni di ritorno in Italia dopo una lunga visita nel nord dell’Iraq, nella zona dove sono stati rapiti i due sacerdoti siro-cattolici. Qui cercano riparo i cristiani perseguitati a Baghdad e Mosul, ma il flusso migratorio sta creando numerosi problemi: discriminazione, aumento del costo della vita, degli affitti, mancanza di strutture sanitarie. Nelle difficoltà la Chiesa continua a sperare anche grazie all’esempio del martirio di p. Ragheed Gani. Ogni domenica sulla sua tomba a Karamles una folta processione di persone accompagna i suoi genitori e prega per la pace.

Roma (AsiaNews) - Il rapimento di altri due sacerdoti a Mosul riporta sotto i riflettori dei media il dramma della comunità cristiana in Iraq, stretta nella morsa del terrorismo e della persecuzione religiosa. In molti fuggono da Mosul e Baghdad verso il nord del Paese, dalle minacce quotidiane di morte e dal rischio costante di kamikaze, ma la realtà che li aspetta è drammatica e in atro modo difficile da sostenere. Il sovraffollamento dei cristiani nei villaggi della Piana di Niniveh e nel Kurdistan iracheno, dove ormai si concentra l’esigua comunità, sta creando tensioni sociali e grandi problemi di convivenza e la gente non sogna altro che tornare a casa. In questo contesto le chiese cristiane, nel mirino dei terroristi e dei criminali oggi più che mai, continuano a portare avanti in modo limitato le loro attività, “con grande fede e la certezza che un giorno tutto questo sangue servirà a far nascere un nuovo Iraq”. “La speranza è alimentata giorno dopo giorno dal sacrificio di p. Ragheed Gani – raccontano ad AsiaNews fonti cattoliche nel nord - sulla cui tomba giovani e adulti ogni domenica vanno a cercare la forza di andare avanti”.

 

In una conversazione con AsiaNews alcuni iracheni caldei emigrati in Italia, e di recente tornati da una visita in Kurdistan e nella zona di Nineveh, denunciano il dramma dei profughi cristiani nel nord e chiedono che la Chiesa universale non dimentichi questo Paese.

 

Kurdistan, sicurezza in bilico

Nella regione semiautonoma del Kurdistan la situazione della sicurezza è buona: il governo paga la ricostruzione di case e chiese per i cristiani, come pure un corpo di vigilantes, che con dei check point controllano gli accessi ai villaggi. Ma la ricostruzione – raccontano – sembra in questo momento senza criterio: abitazioni sparpagliate qua e là, si edificano case e scuole ma non vi sono ospedali. I cristiani per di più non possono acquistare le case costruite dal governo e qualora volessero lasciarle, devono anche pagare di tasca propria le autorità. Tra la gente comune – riferiscono le fonti – si pensa che questo tipo di iniziative, se pur lodevoli, mirino più che altro ad invogliare le famiglie cristiane a spingersi al nord per poi attuare il progetto della Piana di Niniveh: la zona dedicata ai cristiani, di cui beneficerebbero soprattutto i curdi, ma che è vista con preoccupazione dalla comunità cristiana. Questa finirebbero così per fare da cuscinetto tra sunniti e curdi in un Iraq diviso lungo linee etniche come di recente proposto dal Senato Usa e appoggiato dal presidente iracheno, curdo, Jalal Talabani.

La “questione curda”, inoltre, rappresenta ancora un forte motivo di tensione tra Iraq e Paesi limitrofi: “dai villaggi al confine, si vedono i soldati turchi che minacciano incursioni e attacchi”; mente l’Iran ha già più volte effettuato bombardamenti nei mesi passati.

 

Problemi sociali anche al nord

Chi arriva in Kurdistan non ha più l’idea di essere in Iraq. Ormai – raccontano ad AsiaNews gli iracheni rientrati – si parla solo il curdo: all’aeroporto di Erbil, se chiedi informazioni in arabo non ti rispondono, pur capendoti”. Il problema dell’integrazione esiste: i profughi interni vengono chiamati “sfollati” negli uffici e soprattutto nelle scuole, così che le famiglie venute da fuori si sentono in qualche modo discriminate e doppiamente umiliate dopo aver dovuto lasciare ogni bene per poter fuggire. I ragazzi in classe si chiedono perchè i professori la mattina all’appello chiedano agli “sfollati” di alzarsi e identificarsi: “Non siamo tutti iracheni?”.

L’ingente flusso di emigrati interni ha causato un vertiginoso caro vita in Kurdistan, ma anche nel nord dell’Iraq. Ad esempio: nel 2003 un pieno di benzina costava 1 dollaro, oggi con la stessa cifra si compra solo un litro; 1 Kg di pomodori costava 25 – 30 centesimi, ora quasi un dollaro; gli affitti sono alle stelle, una o due stanze arrivano a 200 - 300 dollari al mese. Le famiglie numerose, di 7 o 8 persone, fuggite senza niente dalle città e ora senza lavoro non possono sostenere prezzi del genere. Un padre di famiglia con lavoro autonomo può arrivare a guadagnare 300 dollari mensili, ma un semplice impiegato si ferma a 200 dollari.

Per non contare i problemi più materiali. L’acqua arriva ogni due giorni e non è potabile: o si beve così o bisogna procurarsi le tavolette di cloro per depurarla. Questo contribuisce alla diffusione di malattie gravi come il colera; la corrente elettrica c’è solo per due ore al giorno e quando se ne può usufruire per almeno 10 ore, quella diventa una giornata di festa. Quando arriva la luce si sente la gente urlare dalla gioia: “Luce, luce!”. Con 50 gradi all’ombra senza possibilità di condizionatori o frigoriferi per conservare gli alimenti, infezioni e contagi si diffondono rapidamente soprattutto tra i bambini. Completamente assente il sistema sanitario: vi è un solo piccolo ospedale a Qaraqosh, ma non ci sono mezzi, né medicinali. I medici sono ancora nel mirino dei terroristi e non possono lavorare. L’istruzione è decadente e non avendo un organismo di controllo tutto va alla deriva.

“Viviamo nel terrore più totale – dice una giovane donna mamma di tre figli a Karamles, 10 km da Mosul - la gente sa che non è sicura neppure in Kurdistan, o nel nord. Anche un carretto che viene a vendere vestiti o verdura sotto casa è visto come un possibile kamikaze, ma non si può fare a meno di uscire e dopo gi attentati contro i villaggi yezidi (14 agosto), si è iniziato a temere di più”.

 

La vita della Chiesa

L’aumento della presenza cristiana al nord e in Kurdistan, ancora non stimata nell’esattezza, crea difficoltà alla Chiesa caldea locale, i cui sacerdoti non riescono ad arrivare a tutti. Ad Ankawa sono ormai concentrate gran parte delle istituzioni caldee come la facoltà teologica, Babel College, e i seminari. Da poco sono riprese le lezioni e continuano in tutta la zona catechismo, comunioni e matrimoni, campi scuola per i ragazzi. Ad agosto, alla presenza di numerosi fedeli, tre suore caldee ad Erbil hanno preso i primi voti, mentre altre sei a Karamles quelli perpetui.

Seppur addolorata dalla barbara uccisione il 2 giugno scorso di p. Ragheed Gani e dei suoi tre suddiaconi a Mosul, “la comunità cristiana ha trovato in questa morte una grande forza”, racconta ad AsiaNews un giovane della zona, che ha visitato a Karamles la famiglia del sacerdote caldeo ucciso. “Il papà e la mamma stanno soffrendo molto ma con grande dignità, non hanno più lacrime. Ora ogni domenica nella parrocchia di Karamles si può vedere un folto gruppo andare in processione con i genitori di Raghedd alla sua tomba: è un segno molto bello dell’eredità lasciata da questo sacerdote. Lui è oggi un grande esempio per tutti, soprattutto per i giovani, e ha dato moto coraggio anche agli altri preti”.

“I cristiani iracheni hanno grande fede - dice uno studente originario di Mosul - non ci sono parole per infondere speranza, l’unica cosa è stare con loro e condividerne la sofferenza, ricordargli che laddove c’è morte c’è anche resurrezione”. “Siamo felici dell’appello del Papa di ieri all’Angelus - esulta una suora irachena - ogni vota che il papa parla dell’Iraq ci sentiamo sollevati. Quello che chiedono i cristiani iracheni è solo di non essere dimenticati. Vorrebbero che rappresentanti della Chiesa andassero a trovarli, condividessero anche se per poco il loro dolore”.

“Credo che un giorno l’Iraq sarà diverso – confida una novizia caldea – il nostro Paese non ha acqua, ma ha tanto sangue con cui irrigare la sua terra, e questo sangue non può essere stato versato invano, sono convinta che servirà ad alimentare un nuovo Iraq, migliore di quello attuale. Un giorno”.

 

Il rapporto con i musulmani

Laddove il governo è impotente nel garantire sicurezza ai cittadini, spesso sono i vicini di casa a dare una mano. E nel caso di molte famiglie cristiane a Baghdad sono stati gli amici musulmani ad offrire ospitalità e aiuto con loro grande rischio. “I musulmani – racconta il gruppo di iracheni contattato da AsiaNews - apprezzano da sempre la nostra ‘diversità’ e sono consapevoli che ciò che manca a loro, come l’amore gratuito e il perdono, lo possono imparare da noi. A dircelo sono state proprio delle mamme musulmane che andavano ad iscrivere i figli nelle scuole gestiste da cristiani”. Altro esempio del valore riconosciuto alla testimonianza cristiana è legato al giorno dell’attentato a p. Ragheed, quando il primo ad opporsi all’azione terrorista è stato un macellaio musulmano che ha implorato i criminali: “Non uccideteli, sono uomini di pace!”.

 

Rubriche

Asia Today
Ecclesia in Asia
Indian Mandala
Lanterne rosse
Mondo russo
Porta d'Oriente

AsiaNews Weekly
Le notizie dall'Asia che contano

Iscriviti alla newsletter per ricevere ogni settimana notizie verificate, analisi e approfondimenti dai Paesi asiatici.

Iscrivitialla newsletter
P.I.M.E. Centro Missionario
Agenzia Fides
P.I.M.E. Brasil
Radio Mondo
Mondo e Missione
P.I.M.E. U.S.A.
TV 2000