Betlemme: il pellegrinaggio della fede e del dolore

Un missionario colombiano, di ritorno dal Bangladesh, ha voluto visitare la Terra Santa come pellegrino. Ecco una sua breve riflessione.

di Fabio Arcilla*

Roma (AsiaNews) – Sono tornato da poco da un pellegrinaggio in Israele e Palestina. Considero il mio pellegrinaggio in Terra Santa un dono e una benedizione per la mia vita. Vedere i luoghi dove ha vissuto quel Gesù che io annuncio, è davvero commovente: è qualcosa che tutti noi cristiani dovremmo fare almeno una volta nella vita.

Di tutti i luoghi santi, mi ha colpito soprattutto la visita a Betlemme, nel periodo vicino al Natale. Ho incontrato una comunità cristiana molto viva.

La partecipazione alla messa a Betlemme è stata molto calda e bellissima. La gente era tutta unita e partecipe, la liturgia curata nei dettagli. Si respira la grande testimonianza dei padri francescani: tutti i luoghi francescani sono curati, perfetti, in ordine, puliti… Non si può dire lo stesso di altri luoghi santi accuditi da altre comunità cristiane.

Un'altra bella esperienza è la visita all'ospedale dei bambini a Betlemme. Abbiamo trovato bambini di 2-5 settimane che erano stati abbandonati perché i genitori erano partiti o uccisi dalla guerra. Le suore si prendono cura di tutti loro con grande amore.

Ma andare a Betlemme è anche un viaggio nel dolore. Quando si arriva, si vedono le piaghe del problema israelo-palestinese: il muro che circonda e soffoca la città è di una tristezza indescrivibile. Betlemme è una specie di prigione: c'è poca gente in giro, persone che chiedono l'elemosina, supplicano a causa della fame… Tutto sa di abbandono e di miseria: edifici iniziati e non finiti, immondizia ai lati delle strade, insicurezza, tensione, ansietà fra la gente.

A causa del muro, a Betlemme pochi pellegrini vi pernottano: troppe difficoltà di passaggio e troppi timori. Occorre che tutti noi cristiani aiutiamo le persone che vivono a Betlemme, altrimenti se ne andranno e questo luogo santo perderà la sua comunità cristiana.

La tristezza è accresciuta dalla mia esperienza di missione in Bangladesh. La realtà che ho visto nel delta del Gange è diversa da quella israelo-palestinese. Negli anni '70 il Bangladesh è stato segnato dalla guerra e ha subito la partizione fra Pakistan e Bangladesh, ma alla fine i due Stati sono giunti a una convivenza pacifica. Qui, invece, nella "Casa del pane" [il significato di Betlemme in aramaico – ndr], della fraternità, vi è sempre e solo guerra e tensione.

Nonostante ciò, ogni cristiano dovrebbe andare in Terrasanta, sia per un approfondimento spirituale, sia per dare aiuto economico alla popolazione, attraverso il turismo. E serve anche a comprendere di più la situazione e forse a dare una mano per cercare di risolverla.

 

*P. Fabio Arcilla , 55 anni, sacerdote colombiano della diocesi di Sonsòn Rio Negro (Colombia), per 5 anni è stato associato al Pime come missionario in Bangladesh. A conclusione del suo periodo di missione all'estero, prima di ritornare in patria, ha voluto andare come pellegrino in Terrasanta.

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