Covid-19: le autorità chiudono la moschea di al-Aqsa per tutto il Ramadan

Per il mese sacro di digiuno e preghiera i fedeli non potranno accedere alla spianata delle Moschee. Dai custodi dei luoghi santi musulmani l’invito a “pregare a casa”. Mons. Marcuzzo: cristiani, ebrei e musulmani “uniti e decisi” nella lotta al nuovo coronavirus. Dall’emergenza la riscoperta del ruolo “della famiglia e della Chiesa domestica”.

di Dario Salvi

Gerusalemme (AsiaNews) - Per tutta la durata del Ramadan l’area in cui sorge la moschea di al-Aqsa, a Gerusalemme, sarà chiusa ai fedeli musulmani, che non potranno accedere per pregare come da tradizione. Un provvedimento che si inserisce nel solco delle serrate ad attività commerciali e luoghi di culto, e che ha coinvolto anche il Santo Sepolcro in occasione delle recenti festività pasquali, nel tentativo di contenere la diffusione della pandemia di nuovo coronavirus. 

Durante il mese sacro di digiuno e preghiera decine di migliaia di musulmani ogni giorno si recano alla moschea di al-Aqsa e alla Cupola della Roccia, per la preghiera serale (Taraweeh) nel luogo in cui, secondo la tradizione, il profeta Maometto è asceso al cielo. La spianata delle Moschee (o Monte del Tempio per gli ebrei) è il terzo luogo sacro per importanza per i fedeli dell’islam. 

La decisione di chiudere al-Aqsa al pubblico, comunicata nel pomeriggio di ieri dal Consiglio che fa capo alla Giordania e custode dei luoghi sacri di Gerusalemme, estende il provvedimento di chiusura preso il 23 marzo scorso durante le prime fasi della pandemia. In una nota i custodi parlano di decisione “dolorosa” ma “in linea con le fatwa e le indicazioni dei medici”. I musulmani dovrebbero “effettuare le preghiere nelle loro case durante il mese di Ramadan [che inizia il 23 aprile], a tutela della loro sicurezza”. 

Di recente, in occasione delle celebrazioni della Pasqua e della Pesah, cristiani e musulmani hanno dovuto fronteggiare precauzioni e restrizioni per arginare la pandemia e di Covid-19. Interpellato da AsiaNews mons. Giacinto-Boulos Marcuzzo, vescovo ausiliare e vicario patriarcale di Gerusalemme, sottolinea che “anche i musulmani sono pronti a rispettare le direttive delle autorità”. “Siamo tutti uniti e decisi - aggiunge - e questo è forse uno degli aspetti più positivi in una realtà di emergenza, anche se Israele e Palestina non sono state travolte dal virus. Ma serve attenzione”. 

Il clima, racconta mons. Marcuzzo, “resta di festa perché non abbiamo avuto limitazioni drastiche”. Ciononostante, come i cristiani “anche i musulmani celebreranno il Ramadan in casa, bandite le feste, le cene dell’Iftar con amici e conoscenti che, a volte, coinvolgevano anche i cristiani”. Quella appena trascorsa “è stata una Pasqua speciale, fuori dall’ordinario” con celebrazioni a ranghi ridotti. “Abbiamo lavorato con i mezzi di comunicazione, il computer, i social”.

A questo si unisce la grande opera dei sacerdoti, che “hanno visitato in modo instancabile le famiglie, soprattutto quelle con anziani e malati, per portare loro la comunione, fare la confessione, distribuire ramoscelli di ulivo la domenica delle Palme”. L’ emergenza coronavirus, conclude il prelato, ha restituito “coscienza della precarietà e debolezza” dell’uomo, ha rafforzato “l’elemento interiore” e ha rilanciato “in un’epoca di grandi raduni, il ruolo della Chiesa domestica e della famiglia” come nucleo originale della fede. 

In Israele si sono registrati sinora poco meno di 13mila contagi e 148 vittime a causa del nuovo coronavirus. Nella Striscia di Gaza, dove è alta l’ allerta per una possibile diffusione del virus in un contesto sanitario definito disastroso, e in Cisgiordania il bilancio ufficiale parla di due vittime e circa 300 contagi, ma il numero potrebbe essere sottostimato. Moschee e luoghi di culto nella Striscia sono chiusi dal 25 marzo; il blocco nella West Bank risale al 14 dello stesso mese.

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