Israele al voto tra frammentazione delle liste arabe e il ritorno di Netanyahu

La decisione di correre divisi potrebbe essere l’ago della bilancia e diventare l’arma in più per l’ex primo ministro. Ma in caso di alta partecipazione potrebbe rivelarsi fondamentale per il fronte opposto. Resta il malcontento confermato dagli ultimi sondaggi: solo circa il 40% degli elettori intende recarsi alle urne.

di Dario Salvi

Milano (AsiaNews) - Nelle elezioni politiche in programma in Israele il primo di novembre, la quinta tornata elettorale in tre anni e mezzo a conferma di un quadro istituzionale di profonda incertezza, il voto arabo riveste un’importanza cruciale. A differenza del recente passato, le liste non si presentano unite - l’ultima spaccatura, con la scelta di correre separati, è di pochi giorni fa - e questo elemento potrebbe dare vita a reazioni diverse nell’elettorato. Secondo alcuni osservatori, infatti, porterà a una maggiore competizione interna, a visioni e strategie elettorali diverse e pure in contrasto. Con un risultato finale che rischia di rivelarsi un’arma a doppio taglio: da un lato, galvanizzare il voto arabo e garantire una massiccia partecipazione alle urne, nel solco delle ultime tornate elettorali; dall’altro, spingere alla disaffezione e all’astensionismo, con esiti elettorali e risvolti politici disastrosi. E con l’effetto ulteriore di spianare la strada al ritorno al potere dell’ex primo ministro Benjamin Netanyahu, che sulle divisioni fra i rivali può costruire il proprio successo. L’ennesimo. 

Partiti e capilista 

La scorsa settimana sono scaduti i termini per la presentazione delle liste che parteciperanno alle elezioni e daranno vita alla 25ma Knesset, il Parlamento israeliano, dalla fondazione del Paese. In lizza troviamo il partito di destra Likud guidato dall’ex premier Netanyahu, che anche stavolta si candida a essere il più votato, anche se la battaglia dei numeri e delle alleanze - come emerso in passato - non garantisce la guida del governo. Vi è poi il partito centrista e laico Yesh Atid, guidato dall’attuale primo ministro di Israele Yair Lapid succeduto il primo luglio a Naftali Bennett nell’accordo di rotazione alla guida dell’esecutivo; va qui ricordato che l’ex leader di Yamina non intende candidarsi.

Vi è poi il Partito di Unità Nazionale (che comprende il movimento Blu Bianco): i capifila sono Benny Gantz e Gideon Sa’ar. E ancora, il Partito sionista religioso di estrema destra, fondato nel 1998 e guidato da Itamar Ben-Gvir. Fra le alleanze che guardano al conservatorismo religioso e sociale vi è il Giudaismo Unito nella Torah di  Yitzchak Goldknopf; al mondo ultra-ortodosso guarda Shas, che ha come capolista Arye Dery. Sempre sul fronte della destra - da tempo predominante nel panorama politico israeliano - troviamo Avigdor Lieberman con Israel Beiteinu. La sponda riformista fa riferimento al Partito laburista israeliano di Merav Michaeli e, ancora più a sinistra vi è il partito Meretz di Zehava Galon. Infine il mondo arabo, stavolta assai più frammentato che nell’ultima tornata elettorale partendo da Hadash – Ta’al di Ayman Odeh, poi troviamo la Lista araba unita di Mansour Abbas, l’elemento di maggiore novità nelle ultime elezioni. Al nazionalismo arabo con simpatie a sinistra è legato il partito Balad di Sami Abu Shehadeh. Infine troviamo la Casa ebraica, sionista, religioso e tendente all’estrema destra, con capolista Ayelet Shaked. 

Il fronte arabo (dis)unito

A differenza delle ultime elezioni, questa volta il fronte arabo non ha saputo trovare una unità di intenti e presentarsi compatto agli elettori, fra i quali serpeggia una malcelata disaffezione, se non vera e propria disillusione che potrebbe sfociare in un massiccio astensionismo. La Lista comune - partito capace di federare quattro formazioni di orientamento diverso fra comunismo, nazionalismo e islam politico - ha ottenuto il risultato migliore nel 2020 con 15 seggi, grazie anche alla forte mobilitazione dei cittadini arabi che ha toccato quota 65% degli aventi diritto. Tuttavia, le elezioni del marzo 2021 hanno registrato un crollo dei consensi e l’assegnazione di soli sei seggi. Ciononostante, uno dei partiti (Ra’am di Abbas, ispirato alla Fratellanza musulmana e filo-conservatore) si è distinto uscendo dall’alleanza per aderire alla coalizione di governo del tandem Bennett-Lapid, estromettendo dal potere l’eterno Netanyahu. Tuttavia questa coalizione, come poi è emerso alla prova dei fatti, aveva come collante quasi esclusivo l’opposizione all’ex premier - a processo per corruzione - e non ha saputo reggere ai primi scossoni, tanto da determinare l’ennesimo ricorso alle urne.

Nei giorni scorsi si è consumata la nuova spaccatura nel fronte arabo, che rischia di annullare le possibilità di influenza di questa componente della società israeliana nel panorama politico e all’interno delle istituzioni. Il partito nazionalista arabo Balad farà corsa a sé rispetto agli altri due e, nel caso in cui non dovesse superare la soglia di sbarramento, i suoi voti finirebbero per essere sprecati. La frattura rischia anche di spegnere anche le residue speranze ed entusiasmi, con gli ultimi sondaggi che parlano di una affluenza fra i cittadini arabi di Israele - circa il 20% del totale della popolazione - attorno a un (misero) 40%, a tutto vantaggio di Netanyahu e della sua alleanza che imbarca destra, ultra-nazionalisti e religiosi ebraici. 

Un futuro incerto

Analisti ed esperti affermano che con una partecipazione del mondo arabo inferiore al 55% le prospettive di successo per l’ex premier sarebbero pressoché certe. Di contro, una buona affluenza unita alla frammentazione dei partiti arabi spianerebbe la strada a una collaborazione con il blocco di centro e centro-sinistra, scrivendo forse davvero la parola fine all’era Netanyahu, l’araba fenice della politica israeliana e perno della vita politica e istituzionale del Paese del nuovo millennio. Sami Abou Shahadeh, leader di Balad, accusa gli altri due partiti arabi (Hadash e Ta’al) di non aver trattato, abbandonandolo a poche ore dalla scadenza del termine ultimo per la presentazione delle liste elettorali. I cittadini arabi israeliani hanno stretti legami familiari con i palestinesi di Cisgiordania e Gaza, e si identificano in gran parte con la loro causa, portandoli ad essere visti con sospetto da molti ebrei israeliani. I cittadini arabi hanno ottenuto notevoli conquiste negli ultimi decenni nella medicina e in molti altri campi, ma restano ancora oggetto di una diffusa discriminazione. Gli ultimi sondaggi parlano di un testa a testa fra Netanyahu e Lapid, ma anche stavolta il voto arabo potrebbe fare la differenza. Con una postilla: in caso di ulteriore fallimento delle varie alleanze in campo, la prospettiva finale di un ulteriore voto. Il sesto. E non è fantapolitica nello scenario attuale. 

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