Scetticismo sui dialoghi “diretti” fra Israele e Palestina

Anche se Netanyahu e Abbas hanno accettato di incontrarsi il 2 settembre prossimo, i problemi sembrano insormontabili: le colonie, Gerusalemme, il ritorno dei profughi. Scettica è Hamas, ma anche personalità moderate palestinesi e israeliani. Fonte di AsiaNews: basta con i palliativi. Occorre una grande iniziativa internazionale.

di Joshua Lapide

Gerusalemme (AsiaNews) – Il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas hanno accettato l’invito offerto ieri da Hillary Clinton, segretario di Stato Usa, a recarsi a Washington il 2 settembre per riprendere dialoghi diretti interrotti 20 mesi fa. Essi avranno un anno di tempo per giungere a “risolvere le questioni finali”.

 

All’incontro nella capitale Usa saranno invitati anche il presidente egiziano Mubarak, il re Abdallah di Giordania e il rappresentante del Quartetto (Usa, Onu, Ue, Russia), nella persona del politico Tony Blair.

 

Nelle parole della Clinton, i dialoghi dovrebbero essere “senza precondizioni”, proprio come Netanyahu ha sempre predicato in questi mesi. I palestinesi avevano invece sempre richiesto che i dialoghi si svolgano a condizione di un congelamento delle colonie israeliane nella West Bank e a Gerusalemme est. E questa era stata anche la posizione Usa e di Barack Obama.

 

Per molti osservatori, anche israeliani, la diffusione delle colonie è tale da rendere ormai impossibile costituire uno Stato palestinese geograficamente unitario, lasciando spazio solo a piccole isole palestinesi, simili ai “bantustan”, alle riserve nel vecchio Sudafrica razzista.

 

Il comunicato del Quartetto osa dire qualcosa sul futuro Stato palestinese, affermando che i dialoghi porteranno a un accordo “che termini l’occupazione iniziata nel 1967 e faccia emergere uno Stato palestinese indipendente, democratico, viabile che viva fianco a fianco in pace e sicurezza con Israele e i suoi vicini”. Anch’esso però non cita il destino degli insediamenti ebraici.

 

L’approssimativo desiderio di dialogo pare quindi velleitario dato i problemi rimangono e appaiono insormontabili: le colonie; lo status di Gerusalemme; i confini della futura Palestina; il diritto al ritorno dei profughi. In più, i due leader, Netanyahu e Abbas, appaiono troppo deboli per trovare una soluzione: Netanyahu è sostenuto da una estrema destra che non vuole accettare alcun compromesso su colonie e Gerusalemme; Abbas è capo di una formazione moderata, ma debole e divisa dal resto dei palestinesi.”Questi negoziati diretti – ha detto al New York Times Zakaria al Qaq, dell’università al Qods – sono l’opzione per gli zoppi e i disperati”. E ha aggiunto: “È un atto di autoinganno che non porterà da nessuna parte”.

 

Nonostante ciò, politici e capi di Stato americani ed europei hanno espresso rande gioia per i dialoghi. Ad essi fa da contrappunto lo scetticismo di Hamas, che li ha bollati come un tentativo Usa di “prendere in giro il popolo palestinese”.

 

Ma lo scetticismo è condiviso anche da personalità liberal israeliane, come Yossi Beilin, che ha definito la proposta “un gigantesco errore dell’amministrazione americana”. Secondo Beilin, l’abisso fra le due parti è troppo grande e Netanyahu non è nelle condizioni di poter dialogare.

 

Fonti di AsiaNews a Gerusalemme confermano che “c’è troppa stanchezza di fronte al durare del conflitto Israele - Palestina. Molti nella regione sono divenuti disfattisti, hanno perso la speranza che la pace sia possibile. Al massimo si impegnano ormai solo in tentativi di gestire la crisi e non di risolverlo. C’è anzi la mentalità che i contrasti siano troppo forti, che le contraddizioni siano alla fine troppo radicati e irrisolvibili, per cui ciò che si può pensare al massimo è curare la gestione della crisi, tentando di contenerlo, non facendolo giungere a aperti scontri violenti; fornendo sempre nuovi piccoli palliativi. In ultima analisi però questa posizione – anche se comprensibile – è fallimentare. Alla fine, il contenimento della crisi non fa che alimentare quei fuochi sotterranei che prima o poi rischiano di venire in superficie con perdite per tutti”.

 

Il tentativo Usa rischia di essere un “nuovo palliativo”. Occorre invece “una grande iniziativa internazionale per portare a una riconciliazione complessiva di tutti i Paesi della regione”.

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