Caritas Siria: Il Paese rischia di esplodere e travolgere anche l’Europa

Sandra Awad, responsabile comunicazione dell’ente cattolico, racconta la perdita di un volontario ucciso dalle bombe e le sofferenze quotidiane di una popolazione sempre più povera. La pace deve provenire “dall’interno” e la misericordia un bisogno “sempre più necessario”. I progetti educativi e assistenziali a favore di indigenti, anziani e bambini.

Damasco (AsiaNews) - In Siria "sembra di stare all’interno di una pentola a pressione. Una pentola a pressione esplosa un anno fa con tutta la sua forza e le cui schegge hanno iniziato a colpire anche i Paese occidentali. Dall’estate 2015 migliaia di immigrati hanno iniziato a riversarsi sulle coste dell’Europa, e solo da quel momento la politica internazionale e i governi mondiali hanno provato a cercare una soluzione politica; ma qui la gente è da anni che soffre per il conflitto”. È quanto racconta ad AsiaNews Sandra Awad, responsabile della Comunicazione di Caritas Siria, 38 anni sposata e madre di due figli, che vive sulla propria pelle ogni giorno il dramma della guerra. “Che si parli di pace - aggiunge - è un fatto importante, ma dispiace vedere che la pace in Siria sia solo un elemento di auto-protezione, non la volontà di aiutare una popolazione esausta e annichilita”. 

Entro il prossimo 14 marzo dovrebbe iniziare una nuova serie di colloqui di pace sulla Siria. L’inviato speciale Onu Staffan de Mistura è pronto a ricevere le varie delegazioni per i colloqui “indiretti”, anche se pesa il timore di un nuovo fallimento. Il perdurare della “cessazione delle ostilità” fra esercito governativo e (variegato) fronte delle opposizioni è uno degli obiettivi primari, anche se nelle ultime ore vi sono stati attacchi che fanno vacillare la tregua. Cinque anni di conflitto hanno causato oltre 270mila morti e una crisi umanitaria senza precedenti; la tregua parziale di queste settimane ha però contribuito a diminuire il numero delle vittime fra i civili. 

“È molto importante - sottolinea la portavoce Caritas - che la comunità internazionale abbia iniziato a parlare di pace. Tuttavia, essa deve provenire dall’interno della Siria stessa, dal cuore del popolo siriano, e non da tavole rotonde di politici stranieri”. Intanto le condizioni del Paese si fanno sempre più difficili: secondo studi del Syrian Center for Policy Research il tasso di povertà ha raggiunto l’85,2% alla fine del 2015. Il 69,3% vive in condizioni di criticità (non riesce a soddisfare i bisogni primari) e circa il 35% della popolazione è caduta in condizioni di povertà assoluta.

“A fronte dei programmi di aiuto - racconta Sandra Awad - e del grande sforzo profuso dalla Caritas, non abbiamo risorse a sufficienza per fronteggiare l’alto livello di povertà. Serve sostegno materiale e spirituale”. L’ente cattolico in Siria nasce nel 1954 e si è distinto per l’aiuto ai profughi irakeni in fuga dalla guerra nei primi anni ’90. “Con lo scoppio del conflitto siriano - prosegue l’attivista cattolica - la Caritas ha iniziato a espandere le attività aiutando il maggior numero di persone senza fare distinzioni di sesso, religione, razza, dottrina. Operatori e volontari coprono oggi sei aree: Damasco, Aleppo, Homs, l’area costiera, Hassakeh e Horan”. 

Nel 2015, con l’intensificarsi della crisi e il crescente numero di sfollati e bisognosi, la Caritas ha raggiunto e aiutato oltre 205mila persone, distribuendo cibo, generi di prima necessità, vestiti, stoviglie, coperte, detergenti; pagando affitti e fornendo assistenza medica (medicine, operazioni, consulenze), e ancora progetti educativi per i bambini e aiuto agli anziani. Inoltre, nelle situazioni di guerra la Caritas è in prima linea negli aiuti con decine di volontari e operatori, secondo la prospettiva di “amore, carità e condivisione” delle sofferenze che caratterizza il proprio lavoro.

In questi anni non sono mancati i momenti di crisi e sofferenza, come avvenuto di recente con la morte di un giovane: “La notte del 13 febbraio scorso - racconta la responsabile Caritas - uno dei nostri volontari nel settore dell’istruzione e dei progetti educativi, Elias Abiad, è rimasto ucciso da un colpo di mortaio. Elias era un giovane amichevole e molto attivo, capace di infondere gioia e amore, era sempre il primo ad arrivare nella nostra sede”. Un collega di nome Malakeh ha detto di lui: “Egli era una persona capace di farci ridere e di consolarci in ogni momento della vita. Ancora oggi è come se sentissimo la presenza della sua anima attorno a noi. Abbiamo voluto mettere una sua immagine nell’ufficio per ricordarci il suo sorriso, la gioia e l’amore che sapeva trasmettere”.

Ed è cambiato anche il rapporto fra la popolazione e il conflitto stesso: “All’inizio della guerra, quando sentivamo il rumore delle bombe - spiega Sandra Awad - eravamo spaventati. Ci barricavamo in casa, interrompendo qualsiasi attività. Oggi, a sei anni di distanza, la gente si è abituata a questi rumori e continua imperterrita la propria vita. Quando arriva un colpo di mortaio, dopo pochi minuti la gente torna in strada, come se nulla fosse successo”. Quello che si vede all’esterno è gente “coraggiosa” che vuole continuare a vivere “nonostante i pericoli”. Ma andando nel profondo dei cuori “vedreste che ogni colpo di mortaio è una ferita al cuore… Le nostre strade sono piene di colpi di mortaio, di buchi, come i nostri cuori!”. 

In un Paese martoriato dalla violenza e dal conflitto, il Giubileo della Misericordia indetto da papa Francesco assume un valore ancora più profondo: “La misericordia - sottolinea l’attivista Caritas - è quanto di più necessario per il nostro Paese, abbiamo bisogno della misericordia di tutto il mondo, abbiamo bisogno del sostegno di tutti qui, perché possiamo riuscire a spegnere le fiamme del conflitto, senza incolparci più l’un l’altro”. “Anzi, è necessario urlare a gran voce la verità, raccontare di uomini e donne che stanno soffrendo in modo tremendo, fermare le sanzioni che affamano il Paese, che stanno rendendo i ricchi ancora più ricchi e i poveri sempre più poveri. Esercitare pressioni sul nostro governo e sulle potenze mondiali - conclude - perché mettano fine alla guerra, fermino l’invio di armi ai jihadisti, e ci aiutino a ricostruire la nostra amata nazione”.

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