Cristiano ucciso da commando jihadista. Ancora minoranze nel mirino in Siria

L’accordo fra Damasco e milizie curde non basta ad arginare le violenze nel Paese. Il 21enne Eliah Simon Tekla colpito a morte nella sua auto parcheggiata davanti a casa. Dalla caduta di Assad oltre 70 cristiani uccisi per la loro fede. Ministra cristiana: “Vedo la sofferenza delle persone... e mi sento responsabile del loro dolore”.

di Dario Salvi

Damasco (AsiaNews) - Nelle stesse ore in cui Damasco e Forze Democratiche Siriane (Sdf) raggiungono un accordo per fermare gli scontri e arginare le violenze nel nord-est, integrando le istituzioni militari e civili curde nello Stato, i cristiani continuano a morire. Gruppi social e movimenti attivisti stanno rilanciando un filmato che mostra una vera e propria esecuzione di un giovane di soli 21 anni, ucciso il pomeriggio del 31 gennaio scorso all’interno della propria automobile da un commando jihadista a Muhradah, nell’ovest del Paese. La vittima si chiamava Eliah Simon Tekla ed è solo l’ultimo di una lunga striscia di sangue e violenze contro la minoranza religiosa dalla cacciata di Bashar al-Assad e l’ascesa al potere del presidente Ahmed al-Sharaa e dei miliziani di Hayat Tahrir al-Sham (Ht). 

Nel video rilanciate dall’ong Assyro-chaldéens, l'histoire continue si vede l’auto parcheggiata ai bordi della strada e la vittima che apre lo sportello per scendere e dirigersi verso la propria abitazione quando, all’improvviso, sopraggiunge un’altra vettura che gli si affianca. Un uomo armato si dirige verso il lato del guidatore aprendo più volte il fuoco contro Eliah, mentre un secondo assalitore apre lo sportello posteriore per accertarsi che non vi siano altre persone a bordo.

L’attacco dura pochi secondo, poi la vettura si allontana in tutta fretta lasciando la vittima riversa all’interno della propria automobile. Secondo alcune fonti, il commando - legato all’estremismo islamico - avrebbe individuato un rosario sul parabrezza della macchia e, per questo, hanno aperto il fuoco e ucciso la persona al suo interno.

La nuova uccisione - in realtà una vera e propria esecuzione, come denunciano gruppi attivisti - è solo l’ultima di una lunga striscia di sangue e violenza contro i cristiani dall’ascesa al potere degli (ex) jihadisti di Hts e del suo leader al-Sharaa. Il quale ha promesso di pacificare il Paese e negozia con gli Stati Uniti la fine delle sanzioni, ma non è ancora riuscito ad arginare una deriva violenta interna caratterizzata da scenari di conflitto nelle aree curde e di attacchi mirati ai danni delle minoranze, sempre più perseguitate.

Nell’ultimo anno sono almeno 71 i cristiani uccisi dai jihadisti, ma il dato è relativo alle vittime confermate mentre il numero delle uccisioni - secondo fonti attiviste locali - potrebbe essere di gran lunga superiore. Agli omicidi si uniscono anche attentati contro attività o negozi, rapimenti, persecuzioni morali e fisiche. Di queste vittime, 27 sono collegate all’attentato contro la chiesa di Saint-Élie a Damasco mentre altri 44 sono stati uccisi separatamente in attacchi mirati.

L’escalation di violenze è confermata anche dal recente rapporto di Open Doors in cui la Siria sale di ben 12 posizioni, collocandosi al sesto posto nella World Watch List 2025, il report annuale sulla persecuzione dei cristiani nel mondo curato dalla ong. “Nell’ultimo anno la situazione in Siria per i cristiani - sottolineano gli autori - è diventata sempre più grave”. “Dal cambio del regime, la diffusa instabilità - prosegue lo studio - ha generato scontri mortali che hanno coinvolto anche altre minoranze religiose, come quelle druse e alawite, mentre i cristiani restano intrappolati nel fuoco incrociato”. Le donne appartenenti alle minoranze religiose, incluse quelle cristiane, rischiano rapimenti, molestie sessuali e stupri; di contro, gli uomini disoccupati hanno enormi difficoltà ad ottenere un lavoro, mentre chi ne ha uno fa fatica a fare carriera. Nel Paese, conclude il documentoi, “si registra oggi il più alto livello di pericolo per i cristiani dai tempi in cui lo Stato Islamico (ex Isis) occupava ampia parte del territorio nazionale”.

Violenze che non hanno risparmiato nemmeno la metropoli di Aleppo, nel nord della Siria, un tempo cuore economico e commerciale del Paese. Come scrive il parroco della chiesa di San Francesco d’Assisi p. Bahjat Karakach, il popolo “è esausto a causa della guerra, del sangue versato, dei traumi ripetuti e delle crisi senza fine”. Per l’analista politico assiro Namrood Shiba la situazione in tema di sicurezza nel nord ha raggiunto una “fase critica”. In un’analisi pubblicata su Aina lo studioso ricorda come “sia in Iraq che in Siria, gli assiri [cristiani] hanno sopportato un modello ricorrente di espropriazione: villaggi distrutti o appropriati, chiese e siti archeologici profanati, leader della comunità minacciati e famiglie costrette a fuggire sotto la pressione delle forze armate”. In particolare, in Siria ”hanno subito lo stesso destino dei loro omologhi in Iraq”. La distruzione del patrimonio cristiano, avverte, “non è semplicemente una violazione dei diritti delle minoranze; costituisce un assalto all’eredità storica condivisa della regione” equivalendo a una “pulizia culturale, vietata dal diritto umanitario internazionale e dalle convenzioni Unesco”.

Delle criticità che sta attraversando la “nuova” Siria di al-Sharaa ha parlato in un lungo reportage della Bbc anche Hind Kabawat, la sola ministro donna (e cristiana) del governo di Damasco, i cui primi mesi al potere sono segnati dalle violenze confessionali e da migliaia di morti. Lei stessa non è esente da critiche e accuse di quanti affermano che avrebbe potuto, o potrebbe, fare di più per le minoranze. “Non mi sento cristiana o donna - afferma - quando faccio il mio lavoro. Mi sento come se fossi una cittadina siriano... Nel momento in cui inizierò a sentirmi una minoranza o una donna, perderò la mia legittimità”. “Vedo la sofferenza delle persone... e mi sento responsabile del loro dolore” ammette, aggiungendo che il momento più critico nel proprio lavoro è quando dice di sentire “di non avere le risorse per aiutare le persone”.

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