Damasco libera la “pioniera” della psicologia siriana arrestata il 10 settembre

Rafah Nached, 66 anni, è stata fermata dalla sicurezza all’aeroporto di Damasco e accusata di attività contro il Paese. Parigi aveva protestato, e anche Carla Bruni ha chiesto la sua liberazione. Da questa notte è a casa sua, in buona salute.

Damasco (AsiaNews) – Rafah Nached, la psicologa siriana di 66 anni arrestata il 10 settembre scorso all’aeroporto di Damasco da agenti della sicurezza siriana è stata liberata questa notte. Fonti locali di AsiaNews confermano che Rafah Nached, sta bene, ed è a casa sua. La sua liberazione fa parte con ogni probabilità dell’operazione decisa dal governo siriano di liberare 1180 detenuti “implicati negli avvenimenti di Siria e che non hanno sangue sulle mani”, come aveva annunciato la televisione di Stato. Anche i familiari della psicologa, da Parigi, confermano che “è in buona salute; la sua voce è buona e tiriamo tutti un gran respiro di sollievo, particolarmente nel contesto politico e di sicurezza che prevale attualmente nel Paese”.

Rafah Nached era stata fermata mentre partiva per Parigi, per essere presente al parto di sua figlia. In seguito è stata tenuta in una prigione segreta, per cinque giorni, ed è stata “interrogata di continuo”. In seguito è stata trasferita nella prigione femminile di Douma, a nord di Damasco, dove suo marito ha potuto incontrarla brevemente due volte a settimana. E’ stata arrestata con l’accusa di “attività suscettibili di destabilizzare lo Stato”, e le è stata rifiutata la libertà su cauzione, a dispetto del suo stato di salute fragile.

Rafah Nached, diplomata all’università di Parigi, è stata la prima donna a esercitare come psicologa in Siria, e ha fondato la scuola di Psicoanalisi di Damasco. Il suo arresto ha suscitato scalpore nel mondo della psicoanalisi, e provocato la protesta del ministero degli Esteri francese. Molti gli appelli per la liberazione, a cui si è unita la voce di Carla Bruni, sposa del presidente Sarkozy.
 
Rafah Nached ha dato vita a riunioni settimanali a cui partecipavano elementi di ogni confessione e partito, tese a esorcizzare un sentimento comune nel Paese: la paura. In prigione divideva la cella con una quindicina di altre donne, racconta suo marito, “per lo più detenute comuni, drogate, prostitute, o donne con problemi mentali”. In uno degli appelli per la sua liberazione si è scritto: “Rafah Nached continua a esercitare la sua professione in prigione. All’inizio erano i bambini delle prigioniere che venivano a vederla; poi gli adulti, e ora anche le guardiane. Ascolta chiunque soffra”.

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