Chiesa filippina: il lavoro migrante annienta la famiglia

I vescovi denunciano politiche governative che promuovono il lavoro all’estero: la migrazione mette in crisi l’istituzione familiare e causa profonde ferite fra i figli, che provano un senso diffuso di “abbandono”. I lavoratori filippini all’estero sono circa 10 milioni.

di Santosh Digal

Manila (AsiaNews) – Il governo filippino deve ripensare in maniera profonda la sua politica di promozione del lavoro migrante, perché esso mina dalle fondamenta una delle istituzioni più importanti della società civile, la famiglia, e ne favorisce la disgregazione. È la denuncia della Conferenza episcopale filippina, che chiede all’esecutivo di creare “maggiori opportunità di lavoro in patria, piuttosto che favorire politiche migratorie”, le quali minacciano le “basi della società e la famiglia, su cui essa si fonda”.

P. Edwin D. Corros, segretario esecutivo della Commissione per la pastorale dei migranti, esprime una “preoccupazione particolare” per i bambini, la categoria più colpita dalla fuga all’estero dei genitori in cerca di lavoro. “Il governo è bravissimo a promuovere politiche sui lavoratori migranti – sottolinea p. Corros – ma quando si tratta di metterle in pratica dimostra tutta la sua debolezza”.

I lavoratori filippini all’estero sono circa 10 milioni e proprio a Manila, nei giorni scorsi, si è svolto un convegno su migrazione e sviluppo, con la partecipazione dell’Unicef – il fondo Onu dedicato all’infanzia – che ha dato particolare risalto alla condizione dei bambini filippini i cui genitori lavorano all’estero. Anche l’organizzazione delle Nazioni Unite sottolinea che la migrazione deve essere solo “una delle opzioni disponibili”, e i benefici spesso “non superano i problemi o i disagi che essa comporta”. Vanessa Tobin, vice-direttore dei programmi Unicef, sottolinea in particolare la “migrazione al femminile” e conferma che essa “complica” ulteriormente la vita dei minori, costretti a “crescere senza la madre”. Secondo il fondo Onu ci sono tra i tre e i sei milioni di bambini filippini i cui genitori lavorano all’estero. Essi crescono con la sensazione di essere stati “abbandonati”, non riescono a comprendere le ragioni della scelta fatta dai genitori e i presunti “benefici economici che permetterebbe”. Fra i più grandi, invece, si riscontra un “risentimento” verso il padre o la madre, dovendosi sobbarcare l’impegno di prendersi cura di eventuali fratelli o sorelle minori.

Lo scorso fine settimana, a Manila, si è svolto anche il secondo Congresso nazionale dei genitori, organizzato dall’Associazione genitori dei bambini non-vedenti (Pavic): scandendo lo slogan “Mano nella mano, costruendo ponti”, l’evento ha riunito genitori, educatori, insegnanti che lavorano a stretto contatto con i bambini ciechi. Essi auspicano, grazie alla collaborazione del governo e di associazioni private, di “costruire un futuro migliore ai bambini”.

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