Manila (AsiaNews/Agenzie) - Il premio Nobel per la pace è stato assegnato alla giornalista filippina Maria Ressa, fondatrice del sito di informazione Rappler, e al giornalista russo Dmitry Muratov. “Un giornalismo libero, indipendente e basato sui fatti serve a proteggere dall'abuso di potere, dalle bugie e dalla propaganda di guerra”, è stata la motivazione data dalla presidente del comitato per il Nobel, Berit Reiss-Andersen. “Senza la libertà di espressione e la libertà di stampa, sarà difficile promuovere con successo la fraternità tra le nazioni, il disarmo e un migliore ordine mondiale per avere successo nel nostro tempo”.
Maria Ressa è la prima persona di nazionalità filippina a ricevere il Nobel per la pace. Rappler, nato nel 2012, “ha focalizzato l'attenzione critica sulla controversa e omicida campagna antidroga del regime del presidente Rodrigo Duterte”, ha affermato il comitato, aggiungendo che Ressa e Rappler “hanno documentato come i social media vengono utilizzati per diffondere notizie false, molestare gli oppositori e manipolare il discorso pubblico”.
Negli ultimi anni la giornalista è stata bersaglio di una serie di attacchi. Per la copertura della spietata “guerra alla droga” di Duterte finora è finita in carcere due volte: “È sicuramente uno schema di persecuzione”, aveva dichiarato l’ex capo ufficio della Cnn a gennaio, dopo aver ricevuto il decimo mandato di arresto per “diffamazione informatica” in meno di due anni. Maria Ressa, il cui libro “How to stand up to a dictator” uscirà ad aprile 2022, ha deciso di rimanere nel proprio Paese nonostante i rischi: “Non penso sia per me, penso sia per Rappler. Ho - abbiamo - sempre detto dal 2016 che stiamo combattendo per i fatti”, ha fatto sapere la giornalista dopo aver ricevuto il premio. Perché se le notizie diventano discutibili, “il giornalismo si fa attivismo - ha continuato la reporter -. In una battaglia per i fatti, credo il Comitato per premio Nobel per la pace abbia capito che un mondo senza fatti significa un mondo senza verità e fiducia”.
Le Filippine sono considerate il settimo Paese al mondo più pericoloso per i giornalisti. Nel 2016, al momento dell’insediamento, il presidente Duterte aveva detto che “la libertà di espressione non può essere d’aiuto se si è fatto qualcosa di sbagliato”. L’uomo forte delle Filippine lo scorso anno ha riesumato il “Red-tagging”, una pratica tutta filippina in base alla quale una persona (compreso chi lavora nei media) può essere arrestata in maniera arbitraria dalla polizia o addirittura finire uccisa in esecuzione extra-giudiziale. Nel 2020 almeno quattro giornalisti filippini sono stati uccisi.
Inoltre, nell’estate dello scorso anno il Congresso delle Filippine si è rifiutato di rinnovare la concessione alla più grande rete televisiva del Paese, la Abs-Cbn, privando milioni di cittadini di un servizio pubblico fondamentale durante la pandemia. Con oltre 10 anni di ritardo, nel 2019 è arrivata una sentenza contro alcuni politici colpevoli di quello che è ancora considerato il più grande massacro di giornalisti nella storia: la strage nella città di Ampatuan in cui 32 reporter che stavano seguendo un politico che aveva deciso di candidarsi come governatore della provincia in alternativa a un clan locale restarono uccisi insieme a 25 altre persone.










