Indonesia, cristiani vicini ai musulmani dell’Aceh colpiti dallo tsunami

Oltre 36 mila i morti ma il bilancio è destinato a crescere. La conferenza dei vescovi indonesiani ha allestito diversi centri di raccolta, sollecitando i cattolici del paese ad aiutare le popolazioni delle zone più colpite dalla tragedia.

di Mathias Hariyadi

Jakarta (AsiaNews) – Continua a crescere il bilancio delle vittime in Indonesia: le ultime stime indicano 36.268 morti, di cui 15 mila nell'Aceh, la zona più colpita dalla catastrofe. Il numero dei rifugiati che abbandonano l'Aceh alla volta di Medan o di altre zone più sicure è salito a 105.845, ma le cifre aumentano di ora in ora.

Nel frattempo si è messa in moto la macchina degli aiuti allestita dalla Chiesa cattolica: accogliendo l'invito della conferenza dei vescovi indonesiani (KWI), i cattolici del paese portano aiuti alle popolazioni dell'Aceh e del Sumatra del Nord, aree a maggioranza musulmana teatro in passato di scontri e violenze.

Diversi gruppi religiosi hanno allestito centri di aiuto in tutto il Paese per raccogliere fondi e donazioni, mentre la Caritas locale ha organizzato centri di raccolta nelle parrocchie della capitale.

Secondo un documento dei vescovi indonesiani la diocesi più colpita è Sibolga, che copre anche l'isola di Nias al largo delle coste di Sumatra.

Padre Anton Gunardi O'Carm, tesoriere del KWI, ha avviato una raccolta fondi da destinare alle chiese cattoliche e protestanti dell'Aceh e del Sumatra del Nord; egli sottolinea che i fondi raccolti saranno inviati alle chiese senza passare dagli istituti governativi e dalle organizzazioni non governative, per evitare che i fondi vadano perduti a causa della corruzione tuttora presente nel Paese.

La Caritas di Jakarta, insieme al padre gesuita Sandyawan Sumardi e ad altri volontari, ha predisposto una serie di aiuti mirati per le aree più remote. Un volontario, che preferisce mantenere l'anonimato, sottolinea che l'obiettivo è evitare "casi di sottrazione di risorse già avvenuti in passato", e la Chiesa è garanzia di legalità perché sa "i bisogni della popolazione a livello di aiuti finanziari, di medicinali e di scorte di cibo".

Altri padri si sono attivati per recapitare aiuti nelle zone più impervie, difficili da raggiungere anche a causa della mancanza di elettricità e dell'assenza di comunicazioni: per telefonare si possono usare i satellitari, posseduti solo dagli uomini d'affari e dai membri governativi.

Fra le zone più colpite l'isola di Nias, dove centinaia di villaggi sembrano "scomparsi"; anche per il KWI  è difficile inviare aiuti in quella zona. Suor Klara Duha, in un breve messaggio inviato da Sibolga, lancia l'allarme per l'isola di Telo (una piccola area compresa tra le isole Nias e Sumatra) che sembra essere "sparita", inghiottita dalle acque.

Gli oggetti più richiesti per far fronte all'emergenza sono: medicine, acqua potabile e cibi, coperte, latte, sarong (indumenti caratteristici della Malaysia), denaro contante, tende, materassi di plastica, utensili per la cucina, sanitari e oggetti intimi per donne e bambini. L'urgenza più grande, sottolinea un medico volontario presente nell'Aceh, è il "denaro contante", che può essere inviato al centro di crisi dell'arcidiocesi di Medan.

Ecco, regione per regione, le cifre aggiornate delle vittime in Indonesia:

Banda Aceh: 9.032

Krueng Mane: 117

East Aceh: 41

Lhokseumawe: 157

Bireuen: 191

Pidie: 1.359

North Aceh: 1.540

Naga Raya Regency: 227

Calang Regency: 5.000

Simeulue: 4

Sabang nell'isola Weh: 40

Meulaboh: 3.400

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