Il sultano di Pahang frena sull'uso della parola 'Allah' da parte dei cristiani

L'attuale capo dello Stato della federazione malese è intervenuto dopo che il governo di Anwar Ibrahim il 15 maggio aveva annunciato l'intenzione di ritirare il ricorso contro la sentenza che aveva acconsentito all'uso anche nelle pubblicazioni non musulmane. Il permesso potrebbe valere solo per Sarawak e Sabah, i due Stati del Borneo dove è più forte la presenza cristiana. Una vicenda da anni ostaggio delle strumentalizzazioni politiche.

di Stefano Vecchia

Kuala Lumpur (AsiaNews) - Alla luce delle tensioni che continuano a persistere sull’utilizzo in Malaysia della parola ‘Allah’ anche da parte di non musulmani, sulla questione è intervenuto nuovamente re Abdullah Ri'ayatuddin Al-Mustafa Billah Shah, il sultano di Pahang attuale capo dello Stato di tutta la federazione in base al particolare sistema in vigore che designa alla carica, a rotazione quinquennale, uno dei sovrani di nove degli Stati in cui è amministrativamente diviso il Paese. Regnanti che hanno anche il ruolo di “sultani”, ovvero di guida della comunità musulmana.

Come riportato dall’agenzia d’informazione ufficiale Bernama, il 5 giugno il sultano di Pahang, ha sottolineato che l’uso polemico di “Allah” non è un dibattito che riguarda terminologia e linguistica ma che è connesso con la fede della comunità musulmana e che ogni confusione persistente pone seri rischi.

“Il mio governo deve armonizzare la situazione attuale e allo stesso tempo porre l’utilizzo della parola ‘Allah’ nel corretto contesto, prendendo in considerazione la sicurezza nazionale, il bene della comunità musulmana (ummah) come pure la mia posizione e quella degli altri regnanti malesi in quanto leader musulmani”, ha dichiarato re Abdullah di Pahang durante la cerimonia di consegna di riconoscimenti federali in occasione del suo compleanno, tenutasi nella sua residenza ufficiale nella capitale Kuala Lumpur.

A riproporre un dibattito - aperto da decenni, ma radicalizzatosi in tempi più recenti per la pretesa di gruppi islamisti radicali di impedire l’utilizzo del termine arabo per indicare “Dio” alle minoranze etniche e religiose - è stata la decisione annunciata il 15 maggio dal governo federale di ritirare l’appello contrario al precedente giudizio che consentiva l’uso di “Allah” anche in pubblicazioni cristiane. Un provvedimento seguito una settimana dopo dall’indicazione del premier Anwar Ibrahim dell’intenzione del governo di rivedere le regole discordanti riguardo all’utilizzo del vocabolo per chi non è parte della comunità islamica. Con ogni probabilità adottando precedenti mosse ufficiali che impedirebbero l’uso ai non musulmani negli Stati situati sulla Penisola malese (dove l’islam è maggioranza), ma lo consentirebbero negli Stati sull’isola del Borneo (Sarawak e Sabah) dove si concentra maggiormente la minoranza cristiana.

Nella lingua malese ci sono varie espressioni per definire la divinità, ma ‘Allah’ è da tempo entrata nel lessico e utilizzata anche dai cristiani. La distinzione nell’utilizzo che le autorità perseguono ha origine nella spinta al riconoscimento dell’identità islamica del Paese (anche se di fatto religione di poco più di metà della popolazione) portata avanti da successivi governi post-indipendenza. A The Herald, il media cattolico nazionale nel 2009 era stato inizialmente vietato l’uso di “Allah” per riferirsi al Dio cristiano; il verdetto era stato poi ribaltato in appello dai giudici e nuovamente impugnato dal governo. Ma della questione, nel frattempo, si è impossessata anche la politica, estendendo e inasprendo un dibattito che resta aperto.

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