Kuala Lumpur: il partito islamista Pas una spina nel fianco del governo Anwar

La formazione fondamentalista ha vinto il maggior numero di seggi alle elezioni con un messaggio incentrato sulla religione. Negli Stati della Federazione dove governa ha messo al bando i cinema e permesso la bastonatura degli omosessuali. Il neo premier ha detto di voler lavorare invece per l’inclusione tra le diverse etnie e fedi.

di Emanuele Scimia

Kuala Lumpur (AsiaNews/Agenzie) -  A capo di una coalizione “progressista” multi-etnica, Anwar Ibrahim è riuscito a ottenere la guida del governo, ma il vincitore occulto delle elezioni dei giorni scorsi è il Pas (Parti Islam Se-Malaysia), formazione islamista che ha ottenuto il maggior numero di seggi in Parlamento: 49 su un totale di 222.

Una volta dominante nel nord del Paese, il Pas è diventato una forza nazionale, capace di intercettare il voto della frangia più conservatrice della maggioranza etnica Malay. Negli Stati della Federazione malaysiana dove governa ha adottato misure fondamentaliste come la messa al bando dei cinema e la bastonatura degli omosessuali.

Al centro della sua campagna elettorale ha messo la religione, in uno Stato caratterizzato da una profonda diversità etnica e religiosa. Se la maggioranza Malay è in prevalenza musulmana, i cittadini di origine cinese e indiana sono in larga parte buddhisti, cristiani e indù.

La principale formazione della coalizione di Anwar è il Partito cinese di azione democratica. Non è un caso che una volta ricevuto l’incarico da re Al-Sultan Abdullah, il neo primo ministro ha lanciato subito un messaggio di inclusione. Un Malay di fede islamica, egli ha promesso di confermare l’islam come religione di Stato, assicurando al contempo la difesa dei “diritti di tutti”.

La Malaysia ha un sistema di diritto “ibrido”: leggi criminali e in tema di famiglia applicabili ai cittadini musulmani si affiancano a quelle civili. Secondo diversi analisti, la crescita di una forza come il Pas potrebbe mettere a rischio la tenuta sociale del Paese. Già prima del voto le autorità avevano notato una crescita delle tensioni etniche, alimentate soprattutto sui social media.

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