Malaysia, traffico di minori: "vera industria" per bande organizzate

Lavoratrici straniere costrette a prostituirsi senza contraccettivi per rimanere incinta; i loro figli venduti dalla criminalità organizzata ad oltre 40 mila dollari. Attivista per i diritti delle donne nel paese: per combattere il traffico dei bambini bisogna sradicare prima l'industria del sesso. Polizia e autorità spesso complici dei criminali.

Kuala Lumpur (AsiaNews) – Il commercio di bambini in Malaysia sta assumendo le caratteristiche di una "vera e propria industria": il traffico di minori si sta trasferendo dalle mani di singoli a quelle di bande criminali ben organizzate, che sfruttano le immigrate straniere più povere. La denuncia arriva da Nawawi Ismail, vice capo del Dipartimento malaysiano di indagini criminali, intervenuto ieri a un forum dell'Unicef sullo sfruttamento dei bambini. Attivisti per i diritti delle donne in Malaysia denunciano dietro il problema la complicità di autorità e governo e spiegano che il problema è solo un settore della più ampia industria del sesso.

Nawawi ha detto che secondo il "nuovo modus operandi" i criminali prima costringono le donne a prostituirsi senza usare contraccettivo, poi pagano le spese mediche della loro gravidanza e infine vendono i bambini per cifre variabili tra i 41 mila e i 50 mila dollari l'uno. La polizia sostiene che le bande contrabbandano soprattutto donne indonesiane in Stati della Malaysia orientale come il Sabah e Sarawak, dove le nascondono fino al parto. Il commercio di neonati si svolge a livello interno ed è  rivolto a coppie senza figli, che vogliono saltare le lunghe e difficili pratiche di un'adozione legale.

Ivy Josiah, direttrice esecutiva della Women Aid Organization della Malaysia esprime la sua preoccupazione ad AsiaNews: "È una realtà nuova e allarmante per noi che da oltre 20 anni lavoriamo con le donne malaysiane e straniere, sfruttate e abusate". "A Kual Lumpur – racconta - la polizia ha salvato 8 indonesiane, di cui 2 in stato di gravidanza avanzato, tenute prigioniere in un appartamento". "Negare l'uso del preservativo è una modalità mai sentita finora".

La WAO gestisce una casa di accoglienza per donne maltrattate. "La nostra organizzazione - ammette la Josiah - è molto preoccupata: le donne ora non solo vengono forzate a prostituirsi ma anche a diventare una sorta di 'macchina produttrice' di bambini da vendere". Secondo l'attivista, però, la causa di tutto va cercata nell'industria del sesso e nel suo proliferare indisturbato, complici polizia, autorità e media locali. Quando si scoprono casi di prostituzione all'interno di hotel o appartamenti, i proprietari dello stabile non vengono mai indagati; anche sui giornali appaiono solo le foto delle donne, ma mai degli uomini coinvolti nel giro, clienti o proprietari. Perché se per 3 o 4 volte si verificano episodi di prostituzione nello stesso luogo le autorità non lo chiudono e i proprietari non vengono consegnati alla legge? Questa è vera discriminazione, che le donne continuano a subire in Malaysia e non solo…".

Dal 2002 la polizia ha salvato 35 bambini e arrestato 47 persone, ma molti casi sono non sono stati ancora investigati. "In base alla nostra esperienza - continua Ivy Josiah - le donne che entrano in questo giro sono soprattutto straniere rapite, sfruttate e poi rimandate a casa. In questo modo non si possono raccogliere prove, testimonianze e portare i colpevoli in tribunale".

Da alcuni anni la WAO insieme ad altre organizzazioni si batte per l'introduzione di una legge contro lo sfruttamento femminile: "dovrebbe assicurare protezione a queste donne, garantendo loro un posto di accoglienza, ma anche identificarle in modo esatto". "Spesso le giovani – spiega - se rimpatriate in Indonesia, Thailandia o Cambogia cadono di nuovo nelle mani dei trafficanti; per questo è necessario assicurasi che le donne ritornino nelle rispettive famiglie". (MA)

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