Singapore: cittadini chiedono pace sociale, ma resistono stereotipi

È quanto emerge da uno studio intitolato Indicators of Racial and Religious Harmony ed elaborato da Ips e OnePeople. In crescita quelli su base razziale o religiosa, legati a maggiore attenzione a elementi di “diversità” e maggiore “onestà” nel riconoscerlo. Un quarto della popolazione (rispetto al 42% del 2013) non riconosce piena fiducia a concittadini di fede o etnia diversa.

di Stefano Vecchia

Singapore (AsiaNews) - Uno studio diffuso il 3 febbraio, basato su dati raccolti lo scorso anno, segnala come a Singapore da un lato resistono tra la popolazione radicati stereotipi riguardo le etnie e religioni che convivono in questa piccola, ma densa realtà multietnica e multi-religiosa. E, dall’altro, si chiede alle autorità un maggiore coinvolgimento per meglio garantire i diritti di ciascuno e la pace sociale, che è da sempre elemento essenziale della prosperità della città-Stato con un attivo coinvolgimento della politica e dei governi.

Un risultato complessivamente positivo, quello che emerge da Indicators of Racial and Religious Harmony elaborato dall’Institute of Policy Studies (Ips) e dalla Ong OnePeople.sg; tuttavia, esso conferma - come dato che emerge su tutti - che ancora un quarto della popolazione non riconosce piena fiducia a concittadini di fede o etnia diversa dalla propria. Un miglioramento (dal 42,4% del 2013 contro il 27,2% dello scorso anno), segnato però da un indice di segno contrario, ovvero quello relativo all’aumento degli stereotipi su base razziale.

Condizioni che, è stato sottolineato, risentono della situazione creatasi durante la pandemia, laddove il contrasto alla diffusione del Covid-19 ha reso più coesa nel complesso la società ma la forzata mancanza di interazione ha incrementato il sospetto verso “l’altro”. In realtà la situazione è ancora più sfumata, poiché i dati sono stati raccolti in più periodi del quinquennio scorso, basandosi su 10 diversi indicatori di armonia razziale e religiosa. “Questi indicatori - si legge nello studio - ci consentono di confrontare il cambio di attitudini e percezioni nel tempo, fornendo una visione più chiara del progresso di Singapore nel conservare armonia e inclusività”.

Più in dettaglio la crescita degli stereotipi su base razziale o religiosa, con una percentuale di diffusione passata al 43,5% da 35,2% del 2018, sembra dovuta a due fenomeni concomitanti: una maggiore attenzione a elementi di “diversità” come il modo di vestire e atteggiarsi o l’età; una maggiore “onestà” nel riconoscere la percezione della diversità negli altri. Un elemento quest’ultimo che - ha sottolineato ieri il presidente di OnePeople.sg Janil Puthucheary - non è necessariamente negativo perché “è importante riconoscere questa percezione in noi stessi così che sia possibile superarla e arrivare a un comportamento appropriato sul piano culturale e sociale”.

Importante l’indicazione secondo cui pochi vedono l’appartenenza etnica o religiosa come elemento discriminatorio sul mondo del lavoro. Ciononostante, restano ancora resistenze sensibili riguardo i rapporti individuali e collettivi, a partire dei matrimoni fra individui di gruppi diversi del “melting pot” singaporeano. Una nazione di sei milioni di abitanti in cui, a fianco della maggioranza cinese (75%), convivono consistenti minoranze malesi, indiane e eurasiatici, oltre che 1,5 milioni di immigrati di varia provenienza.

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