Buddisti e cristiani contro Hanoi: usa la legge per controllare le religioni

Documento comune dei leader delle principali religioni in Vietnam, contro i limiti alla libertà posti dal governo comunista. Nel mirino l'Ordinamento sulle religioni del 2004 e il Decreto attuativo del 2012. La separazione fra Stato e religioni è base per un Paese democratico, che deve garantire "libertà" e "indipendenza" nella pratica religiosa.

Hanoi (AsiaNews) - Lontano dall'essere "strumenti di legge" per garantire la libertà religiosa, le norme emanate negli ultimi anni dal governo comunista in materia di culto sono diventate strumento di repressione, subalternità e sottomissione allo Stato di fedeli e intere comunità. È quanto emerge nella Dichiarazione comune dei leader religiosi vietnamiti - redatta ai primi di ottobre e rilanciata da Eglise d'Asie (EdA) - che critica con forza l'Ordinamento sulle religioni in vigore dal 2004 e il suo Decreto attuativo numero 92 emesso nel 2012. Il testo è stato redatto e firmato da un gruppo formato da buddisti Hao Hao, buddisti della Chiesa unificata del Vietnam, esponenti del cadaoismo, pastori protestanti e sacerdoti cattolici. Destinatari del documento i responsabili governativi di Hanoi, il Parlamento, le personalità vietnamite in patria e all'estero, oltre che le principali organizzazioni internazionali a difesa dei diritti umani.

I firmatari, attraverso il documento - redatto in modo puntuale e rigoroso - mostrano come le due norme, ben lungi dal difendere e regolare la libertà religiosa, si sono rivelate "strumenti" in mano allo Stato e al Partito comunista per controllare i fedeli e la pratica del culto. Critiche già espresse a più riprese lo scorso anno sia dai movimenti buddisti, che da esponenti della Chiesa cattolica vietnamita.

Per i leader religiosi il Partito e i regimi comunisti considerano la religione e la spiritualità come un "nemico numero uno" e continuano ancora oggi a combatterlo, con "la violenza delle armi" o con leggi e norme di natura amministrativa e penale. Un elemento che si può riscontrare, in Vietnam, nelle leggi del 2004 e del 2012 in tema di pratica del culto.

In particolare, le ultime disposizioni vincolano fedeli e comunità in termini di statuto giuridico, personale, attività, beni e relazioni con l'estero. Ogni presunta violazione viene punita con forza, come accaduto più volte nel recente passato a organizzazioni buddiste o gruppi protestanti e cattolici, con arresti, sequestri, detenzioni forzate e campagna stampa diffamatorie (vedi l'attacco di queste settimane alla diocesi di Vinh).

Il governo vuole usare la Chiesa e le organizzazioni religiose come "strumento" al servizio del regime o per nascondere i problemi e le storture che caratterizzano la società. E impediscono, aggiungono i leader religiosi, un reale affrancamento della religione dallo Stato, una delle premesse necessarie per la costruzione di "una vera nazione democratica". Il diritto alla libertà religiosa è garantito dalla Costituzione, quindi non sono ammissibili "legislazioni particolari" in materia di culto come avviene invece oggi. Ecco perché, conclude il documento, è necessaria una vera "libertà" e "indipendenza" nelle attività, la possibilità di poter evangelizzare senza vincoli e restrizioni, la piena partecipazioni di tutti e la "restituzione" di "beni materiali e spirituali" sequestrati illegalmente. E fra questi vi sono anche quanti sono stati arrestati e condannai al carcere per aver combattuto "per la libertà religiosa, la democrazia e i diritti umani".

 

 

 

 

 

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