Hanoi come Pechino: vanno in tv le confessioni forzate dei dissidenti

Ong spagnola pubblica un rapporto. Le vittime sono costrette ad inquadrare i propri crimini come reati contro Stato o Partito. Le trasmissioni televisive delle confessioni di Hanoi erano meno sofisticate delle cinesi. Ora sono sempre più elaborate.

di Paolo Fossati

Hanoi (AsiaNews/Rfa) – Il Vietnam sta adottando le tecniche di un altro regime comunista, quello cinese, quando si tratta di trasmettere in televisione le confessioni forzate di attivisti per i diritti umani e altri prigionieri politici. Lo afferma una Ong spagnola in un rapporto pubblicato ieri, dal titolo “Forzato in camera: Confessioni televisive in Vietnam”. Diretti dal vietnamita Nguyễn Quốc Ngữ, i membri di Safeguard Defenders hanno individuato 21 persone che, a partire dal 2007, sono stati costrette dalle autorità a confessare crimini in televisione. Il gruppo ha trovato i filmati di 16 prigionieri. Di questi ultimi, 14 sono personalità impegnate nella difesa dei diritti umani: avvocati, giornalisti partecipativi, cittadini che protestano contro la sottrazione di terre. Gli altri due sono un alto dirigente pubblico del settore petrolifero e un contadino, accusati rispettivamente di corruzione e omicidio.

Tuttavia, si legge nel documento di Safeguard Defenders, “il numero [di confessioni televisive forzate] è con tutta probabilità molto più alto”. “La scarsa reputazione del Vietnam quanto a diritti umani – prosegue il rapporto – rende più che plausibile che molte di queste vittime siano regolarmente esposte a detenzione arbitraria, torture mentali, fisiche e minacce”. “Come avviene in Cina, alcune vittime in Vietnam sono costrette ad inquadrare i propri crimini come reati contro lo Stato o il Partito (questo è un riflesso di come i Paesi autoritari criminalizzano il dissenso o le voci critiche); a ringraziare le autorità, per aver mostrato loro l'errore nelle condotte che stavano adottando”, aggiunge.

Safeguard Defenders osserva che le trasmissioni televisive delle confessioni forzate di Hanoi sono state a lungo meno sofisticate di quelle di Pechino; ma negli ultimi anni autorità vietnamite hanno iniziato a migliorare: “A partire dal 2017 – affermano gli attivisti – i pacchetti di notizie sulle confessioni sembrano diventare più elaborati”. Tra gli esempi più chiari di confessioni video vi è quella di William Nguyen, cittadino americano di origini vietnamite ed unico straniero soggetto alla pratica. “Si è tentato di farla sembrare quasi naturale, e non un semplice interrogatorio di polizia”. Nel 2018, il giovane aveva partecipato ad una rara manifestazione di protesta; condannato per “aver provocato disordini pubblici”, è stato deportato dal Paese dopo oltre un mese di prigione.

Quest'anno, la televisione di Stato ha mostrato le confessioni dei familiari di un anziano leader di comunità, ucciso a gennaio dalla polizia fuori Hanoi durante una protesta per la terra. Lê Đình Kình, 84 anni, è stato ucciso a colpi di arma da fuoco dagli agenti che hanno attaccato la sua casa nel villaggio Hoành a Đồng Tâm. L’assalto mattutino ha coinvolto circa 3mila membri del personale di sicurezza. “Il 13 gennaio, appena quattro giorni dopo l'attacco – racconta Safeguard Defenders – quattro abitanti del villaggio, tra cui il figlio di Kình, il nipote, la figlia adottiva e un altro parente maschio, sono apparsi sull'emittente di Stato VTV1 per confessare di aver preso parte alla violenza. I loro volti erano lividi e tumefatti. Tutti e quattro sono stati accusati di omicidio”.

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