Un fallimento la ‘guerra commerciale’ di Pechino contro Canberra

Alla ricerca di materie prime, i cinesi tornano a importare prodotti australiani che prima hanno boicottato. Il carbone dall’Australia essenziale per superare la crisi energetica in Cina. Le necessità economiche di Pechino superano le preoccupazioni  geopolitiche, come la crescente sinergia militare tra Canberra e Washington.


Pechino (AsiaNews) – La “guerra commerciale” scatenata dalla Cina contro l’Australia è un fallimento. Lo testimoniano i dati doganali cinesi, che rivelano la ripresa degli acquisti di carbone, rame, grano e cotone australiani: tutti prodotti che il governo di Pechino aveva vietato d’importare – in modo non ufficiale – dallo scorso anno.

I cinesi avevano preso di  mira l’export australiano anche con una serie di dazi su beni chiave per il commercio di Canberra, come vino e orzo. Da tempo i rapporti tra i due governi si sono deteriorati. Gli australiani sono preoccupati per il crescente attivismo militare della Cina nel Mar Cinese meridionale, e sono stati tra i primi a unirsi al boicottaggio di Huawei promosso da Washington. Due anni fa l’Australia ha introdotto anche regole che limitano l’interferenza straniera (cinese) nei propri affari interni. Lo scontro ha raggiunto livelli preoccupanti dopo che nell’aprile 2020 il governo australiano si è unito ad altri Paesi nel chiedere un’indagine internazionale sull’origine del Covid-19 e la gestione della pandemia da parte della Cina.

Alle prese con una crisi energetica che minaccia la sua economia (e quella mondiale), il governo cinese è pronto soprattutto a sbloccare un milione di tonnellate di carbone australiano fermo nei propri depositi doganali. Limiti alle forniture interne di questa materia prima – ancora la principale fonte di produzione energetica del Paese – e la crescita del loro prezzo sono tra le principali cause dei blackout elettrici che interessano più della metà delle province cinesi. Secondo diversi osservatori, senza importazioni dall’Australia la Cina continuerà ad avere problemi nel reperire carbone a buon mercato.

Analisti sostengono che il probabile rallentamento dell’economia cinese ridurrà di nuovo le importazioni dall’Australia. Nonostante la Cina sia il primo acquirente di prodotti australiani (con una quota del 28%), le imprese “down under” sono riuscite però a salvare il proprio business rivolgendosi con successo ad altri mercati.

L’uso del commercio come strumento geoeconomico per piegare la volontà di Paesi non allineati si sta ritorcendo contro Pechino: segno che  le necessità economiche superano le preoccupazioni  geopolitiche, come la crescente sinergia militare tra Australia e Usa. Per paradosso, la ripresa degli acquisti di beni australiani da parte della Cina arriva in un momento di massima tensione “strategica” tra Pechino e Canberra. Con Stati Uniti e Gran Bretagna, l’amministrazione Morrison ha lanciato di recente Aukus, un patto militare trilaterale che permetterà alla marina australiana di avere otto sommergibili nucleari dotati di tecnologia Usa.

Con il ricorso a misure economiche “coercitive” contro l’Australia, la Cina rischia anche per un altro motivo: perché Canberra potrebbe respingere la sua domanda d’ingresso – e magari promuovere quella taiwanese – alla Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership (Cptpp).  L’accordo di libero scambio è l’erede della Trans-Pacific Partnership (Tpp) promossa dall’ex presidente Usa Barack Obama e affossata dal suo successore Donald Trump.

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