Il viaggio di Putin ad Astana e l'Asia Centrale

Nei giorni scorsi il presidente russo ha compiuto il secondo viaggio fuori dai confini dopo la condanna del tribunale dell'Aja. La guerra russa in Ucraina ha portato il Kazakistan a diverse considerazioni sul passato sovietico e la ricerca dell’identità nazionale. Putin cerca di difendere i suoi interessi strategici attraverso i lòegami culturali e linguistici.

di Stefano Caprio

Astana (AsiaNews) - La visita compiuta in Kazakistan nei giorni scorsi da Vladimir Putin (o da un suo sosia, secondo molti commenti che girano in rete) è stata la sua seconda uscita all’estero dopo l’emanazione dell’ordine di arresto del tribunale dell’Aja per crimini di guerra, che Astana non osserva perché non aderisce allo statuto di Roma. Il Kazakistan è il Paese più vasto dell’Asia centrale, con diversi territori settentrionali a maggioranza russofona, quindi l’incontro di Astana è stata l’occasione per valutare i possibili sviluppi dell’influsso di Mosca su questa parte dei territori storicamente sotto il suo controllo.

Il politologo kazaco Dimaš Alžanov, intervistato da Azattyk, ha cercato di trarre una sintesi da questo confronto, partendo dalle interviste parallele di Putin al giornale Kazastanskaja Pravda, in cui citando il poeta kazaco Abaj Kunanbaev ha ricordato che “per raggiungere il bene è necessario conoscere la lingua e la cultura russa”, e quella del presidente kazaco Kasym-Žomart Tokaev alle Izvestija russe, in cui ha invece sottolineato l’importanza di “far conoscere al mondo la cultura kazaca, dialogando con la cultura originaria della Russia”.

Alla fine dell’incontro non è stato comunicato alcun accordo concluso, ma soltanto un memorandum tra i governi dei due Paesi “Sulla comprensione reciproca tra i ministeri dell’energia di Russia e Kazakistan, nella collaborazione per i progetti di costruzione delle centrali di Kokšetau, Semej e Ust-Kamenogorsk”. Ci si chiede quale sia stato il vero motivo della visita di Putin al di là delle centrali di energia, e Alžanov invita a “considerarla sotto uno spettro più ampio, nel contesto delle relazioni tra i due regimi”. I temi sul tavolo erano quelli annunciati dalle interviste, e Tokaev “doveva sostenere la narrazione di Putin, lo sviluppo della reciprocità nel dialogo interculturale”.

La guerra russa in Ucraina ha portato il Kazakistan a diverse considerazioni sul passato sovietico e la ricerca dell’identità nazionale. La geografia della diffusione della lingua russa nel mondo si restringe, e “per la propaganda putiniana è indispensabile mantenere il Kazakistan nell’ambito dell’influenza russa”, afferma il politologo. Putin ha molto a cuore i suoi interessi strategici, e cerca di difenderli sul territorio del Kazakistan; in prospettiva i cittadini kazachi, kirghisi e degli altri Paesi in cui si conosce ancora bene il russo, e si studia in scuole russe, potranno diventare serbatoi di forza-lavoro indispensabile per la Russia in forte crisi demografica.

Tokaev appare piuttosto succube di queste strategie, non riuscendo a imporre una linea chiara che difenda gli interessi del Kazakistan, rimanendo spesso piuttosto smarrito e incapace di trovare soluzioni originali ed efficaci. Anzitutto, ricorda Alžanov, “c’è il problema della diversificazione degli itinerari commerciali, e l’accesso ai mercati internazionali”. Finora il Kazakistan rimane ancora troppo dipendente dalla Russia in questo settore, e l’isolamento internazionale di Mosca colpisce molto anche l’economia kazaca, che non ha risorse molto abbondanti e deve scegliere in modo pragmatico da che parte girarsi.

La questione della lingua appare dunque come squisitamente politica, per riaffermare la vitalità del “mondo russo”, e non a caso il contesto della visita di Putin, anche nelle dichiarazioni degli altri ministri e rappresentanti della Russia, insiste in modo particolare sull’istruzione e gli istituti di formazione, per inviare quanti più studenti possibile in Russia e diffondere lo studio della lingua in Kazakistan. Si attendeva in effetti una concentrazione di Mosca su Astana, come seguito dell’operazione in Ucraina, e i segnali portano a una nuova “invasione” non bellica e distruttiva, ma certamente non del tutto pacifica: il Kazakistan appare come una meta più accessibile, per riprendersi il controllo dell’intera Asia centrale.

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