Crisi politica, l’esercito esige pieni poteri in vista delle elezioni

Secondo giorno di proteste dell’opposizione contro il governo ad interim: Paese bloccato, a Dhaka arresti e feriti. Il presidente Iajuddin non cede. I militari vogliono tutto il potere, ma l'Onu frena.

di Nozrul Islam

Dhaka (AsiaNews) - Decine di feriti e di arresti è il risultato di nuovi scontri oggi a Dhaka tra polizia e attivisti politici dell’opposizione. Il blocco nazionale dei trasporti, chiamato dall’opposizione contro le imminenti elezioni parlamentari, paralizza buona parte del Paese per il secondo giorno e continuerà anche domani. Mentre si profila un massiccio impiego dell’esercito con poteri da legge marziale per il giorno della consultazione popolare, prevista a fine mese.


La Awami League (Al), blocco di 14 partiti, chiede che la data venga posticipata, per l’incapacità del governo ad interim di garantire un voto libero e trasparente. La Al ha già avvertito che altrimenti boicotterà le urne. Iajuddin Ahmed, presidente del Bangladesh, da ottobre anche capo dell’autorità provvisoria, conferma invece l’appuntamento elettorale per il 22 gennaio prossimo.

 

La situazione critica della sicurezza nel Paese ha spinto l’esercito a chiedere per il giorno delle elezioni l’autorità di arrestare chiunque e senza mandato in ogni luogo del Paese. Si tratta di estendere a tutto il territorio nazionale poteri già previsti dall’attuale legge elettorale: i militari possono infatti compiere arresti di questo tipo, ma solo all’interno dei seggi elettorali o nel raggio di 350 metri da essi. Ora si aspetta di vedere come risponderà il governo.

 

Analisti a Dhaka notano che Iajuddin sembra agire con grande lentezza, in modo contraddittorio e confuso, probabilmente per prendere tempo. Il presidente raduna i consiglieri, li incarica a gruppi di trattare con i partiti e nel frattempo decide per conto suo. Di recente per due volte, in modo unilaterale, ha avviato la procedura per far intervenire l’esercito. Costretto a fermarla all’ultimo momento, la terza volta - il 9 dicembre scorso - ha ascoltato i consiglieri, tutti contrari all’operazione, ma poche ore dopo ha dato l’ordine di intervenire. Dopo una settimana poi ha rimandato i militari nelle caserme. A frenare l’intervento dell’esercito sarebbe anche l’Onu. Kofi Annan, prima di lasciare l’incarico di Segretario generale, ha fatto sapere che se l’esercito prende il potere, deve ritirarsi dalle lucrative e prestigiose missioni di pace in cui sono impegnati migliaia dei suoi uomini in vari Paesi.

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