Rohingya, Naypyidaw accusa: I campi profughi un business per le Ong

U Zaw Htay, portavoce dell’Ufficio presidenziale: “Per questo convincono i rifugiati a non tornare. Vogliono che vi rimangano a tempo indeterminato”.

di Paolo Fossati

Naypyidaw (AsiaNews) – La crisi umanitaria al confine tra Myanmar e Bangladesh è “una grande opportunità di far soldi” per le organizzazioni non governative internazionali (INGOs) che forniscono assistenza agli oltre 700mila profughi Rohingya fuggiti dalle violenze nello Stato di Rakhine. È l’accusa lanciata da U Zaw Htay, portavoce dell’Ufficio presidenziale birmano, durante una conferenza stampa a Naypyidaw, tre giorni fa.

Con il trasferimento dei primi 2.260 rifugiati, era previsto per lo scorso 15 novembre l’inizio delle operazioni di rimpatrio dei Rohingya fuggiti in Bangladesh dal Myanmar, tra il 2016 ed il 2017. Tuttavia, nessuno ha espresso la volontà di tornare indietro. Sebbene il governo birmano si dichiari pronto ad accogliere i profughi di ritorno, Dhaka ha annunciato il rinvio del processo alla fine del mese. In precedenza, l’Unhrc e le organizzazioni umanitarie che operano nei campi si erano dichiarati perplessi sull’imminente rimpatrio.

“La prospettiva di guadagno – afferma il funzionario – e non i timori per la sicurezza dei rifugiati, è il vero motivo per cui gli operatori si oppongono al loro rimpatrio. Le INGOs non vogliono che i profughi facciano ritorno perché solo così otterranno i finanziamenti per i loro imponenti progetti, a lungo termine, per l’assistenza sanitaria, i bambini, le donne ecc.”. Secondo U Zaw Htay, i campi profughi di Cox’s Bazar, dall’altro lato del confine, rappresentano “un grande mercato” anche per le organizzazioni che distribuiscono cibo e vestiti. “È per questo che convincono i rifugiati a non tornare. Vogliono che essi vi rimangano a tempo indeterminato”, dichiara.

(Ha collaborato Sumon Corraya).

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