Il grande silenzio sulla Rivoluzione Culturale

Il governo ha decretato un blackout totale sull'evento più doloroso e disastroso della storia del Partito comunista cinese. La paura di affrontare la storia e i rischi di ripeterla.

di Bernardo Cervellera

Roma (AsiaNews) – Silenzio totale in Cina per il 40mo anniversario della  Grande Rivoluzione Culturale Proletaria, iniziata il 16 maggio 1966. Il governo ha decretato che i cosiddetti "10 anni di grande caos" che hanno segnato la vita di 200 milioni di persone e il Paese con morti, distruzioni, lager, lotte interne al Partito comunista, non vengano ricordati né in speciali celebrazioni, né con articoli sui giornali. Accademici e studiosi sono stati "persuasi" a non tenere nemmeno incontri privati o discussioni sul tema, né tanto  meno a partecipare a seminari e celebrazioni all'estero sull'argomento.

Il timore della leadership è che attività o commemorazioni possano riaprire "vecchie ferite" provocate da uno dei periodi più bui nella storia del Partito comunista cinese, quando Mao Zedong, venerato come un dio dalle "Guardie Rosse", ha scagliato i giovani del Partito contro gli anziani: ufficialmente per una campagna contro la "cultura feudale e borghese"; in pratica per distruggere i suoi nemici, raccolti attorno al presidente Liu Shaoqi. Per circa 10 anni il fervore rivoluzionario maoista si è scagliato contro i tentativi dei moderati di ridurre il potere del "Grande timoniere" e aprire a piccole riforme economiche e liberali.

La furia rivoluzionaria iconoclasta ha distrutto università, biblioteche, gallerie d'arte; trascinato nella polvere  e nell'umiliazione professori e scienziati. Personalità considerate "borghesi", "feudali" e "oscurantisti religiosi" sono stati processati in modo sommario, irrisi dalla popolazione, torturati, uccisi, gettati nei campi di rieducazione. Chiese, templi, monasteri, libri e opere d'arte religiose sono stati distrutti o riutilizzati "per la rivoluzione". Economia, cultura, educazione, moralità, la stessa coesione della nazione sono arrivati sull'orlo del collasso. Gli studiosi calcolano che il danno economico della Rivoluzione Culturale è pari agli investimenti totali in Cina fra il '49 e il '78: oltre 500 miliardi di yuan. Un danno ancora maggiore è quello alle persone. Sebbene il governo non abbia mai pubblicato cifre ufficiali, vari studiosi cinesi affermano che in quel periodo gli uccisi furono da 2 a 20 milioni; ma almeno 200 milioni – su una popolazione complessiva di 600 milioni all'epoca – sono quelli in qualche modo feriti dall'uragano ideologico.

Lo sviluppo economico attuale e le aperture verso il mondo esterno devono molto alla Rivoluzione culturale: esse sono nate dal tentativo di cancellare i risultati del Grande Caos e voltare pagina nella storia della Cina. Nell'81, all'inizio delle aperture economiche, il Partito è riuscito a dare la colpa di quanto successo alla Banda dei quattro (la moglie di Mao, Jiang Qing, e altri 3 estremisti) e a "gravi errori" di Mao. Ma sebbene in Cina Mao è per molti sinonimo di "mostro", il suo enorme ritratto campeggia ancora sulla piazza Tiananmen.

Il punto è che il Pcc da una parte si dichiara innocente per la Rivoluzione Culturale, dall'altra non osa – come proposto da diversi studiosi cinesi  - cancellare la faccia di Mao dalle banconote, togliere il suo ritratto dalla piazza, trasferire altrove il mausoleo che conserva il cadavere imbalsamato del Grande timoniere.

Non permettendo a nessuno di pubblicare studi sulla Rivoluzione Culturale, il governo diviene connivente con la mitizzazione di Mao il cui culto si è diffuso fra i giovani e i poveri. Anzi, molti membri del Partito idealizzano il periodo maoista come egualitario e pieno di giustizia, criticando la situazione attuale fatta di forte sviluppo economico, ma anche di profonda corruzione e di abissali differenze fra ricchi e poveri.

La leadership attuale ha paura che ricordare la Rivoluzione Culturale potenzi i gruppi estremisti (neo-maoisti?) del Partito, criticando le attuali riforme economiche. Da qui la decisione di tacere e di mettere a silenzio ogni studio sulla storia del Partito. Per essere sicuri di mantenere la stabilità politica, Hu Jintao ha decretato da mesi un controllo ideologico più forte sui media e sulle università, arrestando giornalisti e studiosi critici della linea del governo. Così, senza studiare la storia, Hu si è condannato a ripeterla.

 

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