Pechino: cartelli in università contro la dittatura, sparito ‘manifestante solitario’

Non si hanno notizie di un giovane che si chiama Zhang Sheng e ha esposto alla Peking University frasi in favore della fine del partito unico. Dopo la repressione delle proteste dello scorso anno, nella capitale cinese sono tornati a comparire slogan politici. Scelto lo stesso luogo in cui gli studenti si erano riuniti per chiedere la fine delle politiche zero-Covid.

di John Ai

Pechino (AsiaNews) - Un giovane è scomparso dopo che la settimana scorsa aveva esposto slogan che invocavano la fine dell’egemonia del partito unico e inneggiavano alla rivoluzione alla Peking University. L’uomo ha promosso una protesta all’esterno della mensa del campus, nello stesso luogo in cui gli studenti si sono riuniti nel novembre scorso per chiedere la fine delle politiche zero-Covid. Interpellato sulla vicenda della sparizione del giovane, l’ateneo della capitale si è rifiutato di fornire informazioni.

Le foto circolate online il 22 giugno scorso mostrano un giovane che protesta all’esterno della mensa studentesca, prelevato e trascinato via in un secondo momento dalle forze della sicurezza. L’uomo teneva fra le mani un cartello con la scritta “Abbandonare la dittatura mono-partitica, abbracciare il sistema multi-partito” sotto il quale vi era il nickname “Hobbie Septem” usato su YouTube e Twitter. Un secondo cartellone appoggiato a terra recitava “Inizia la rivoluzione democratica”. 

Data l’ampia circolazione delle immagini su internet e nei social, e l’improvvisa scomparsa dell’uomo di cui non si hanno più notizie, in molti iniziano a mostrare preoccupazione per la sua sorte. E per la sua sicurezza personale. Dall’account usato sui social si è risaliti alla vera identità dell’uomo, che si chiama Zhang Sheng e nei suoi post ha manifestato ripetutamente sostegno alla rivoluzione democratica e alle proteste pro-democrazia di Hong Kong. 

Dopo il giro di vite imposto da Pechino contro le manifestazioni di dissenso e gli arresti dello scorso anno, nella capitale Pechino sono comparsi di nuovo slogan politici espliciti e inni alla democrazia e alla fine dell’egemonia del partito unico. Lo scorso ottobre, poco prima del 20mo Congresso del Partito Comunista Cinese, Peng Lifa ha srotolato degli striscioni sul ponte Sitong, vicino ai principali atenei di Pechino, chiedendo la fine della dittatura e della politica dello zero-Covid, oltre alla rimozione del “leader supremo” Xi Jinping. Il solo attivismo anti-lockdown ha innescato una serie di proteste a livello nazionale nel 2022, tanto da costringere le autorità cinesi a mettere fine alla politica basata sulle restrizioni. All’epoca i manifestanti erano soliti mostrare un libro bianco, che è diventato simbolo della protesta poi ribattezzata “Movimento del Libro Bianco”.

Prima dell’anniversario del massacro di piazza Tiananmen, il 4 giugno scorso, le autorità di Pechino hanno rimosso il cartello stradale con l’indicazione “Ponte di Sitong”. Inoltre, la struttura non compare più sulla mappa di navigazione digitale della capitale. 

Rubriche

Asia Today
Ecclesia in Asia
Indian Mandala
Lanterne rosse
Mondo russo
Porta d'Oriente

Vedi anche

  • A processo Au Kam San, volto pro-democrazia di Macao

    Arrestato un anno fa ai sensi della locale legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino sul modello di Hong Kong è accusato di "sovversione". Ex insegnante di scuola primaria era membro dell'Assemblea legislativa fin dai tempi dell'amministrazione portoghese e chiedeva elezioni libere del capo dell'esecutivo, indipendenza della magistratura e trasparenza amministrativa.

  • Lee Cheuk-yan in tribunale: ‘Invocare fine partito unico non è rivolta’

    L'attivista ed ex sindacalista è intervenuto nel processo in corso per sovversione per il suo ruolo nella “Alleanza di Hong Kong” che organizzava le veglie in ricordo della vittime del massacro di piazza Tiananmen. Rischia fino a 10 anni di prigione. Nella sua difesa ha citato alcuni passaggi di Mao Zedong e dell’ex premier cinese Zhao Ziyang contrari al "mono-partitismo".

  • La Casa Bianca taglia anche l’informazione libera in Asia

    L’ultima ondata di ordini esecutivi di Trump ha colpito anche Radio Free Asia e altri organi di informazione satellite come Voice of America. Finanziati dal governo statunitense, hanno rappresentato una fonte essenziale di informazioni da regioni a rischio come il Tibet o lo Xinjiang, contro il bavaglio della Repubblica popolare cinese. Ex ambasciatore Usa: "Un gigantesco regalo a Pechino".

AsiaNews Weekly
Le notizie dall'Asia che contano

Iscriviti alla newsletter per ricevere ogni settimana notizie verificate, analisi e approfondimenti dai Paesi asiatici.

Iscrivitialla newsletter
P.I.M.E. Centro Missionario
Agenzia Fides
P.I.M.E. Brasil
Radio Mondo
Mondo e Missione
P.I.M.E. U.S.A.
TV 2000