I bambini di Mosul e il futuro: il campo profughi "a cinque stelle"

Nel giardino della parrocchia di Mar Elia accanto alle tende ci sono container che servono da aule per i ragazzi e da biblioteca. Un altro serve da stanza per il ricamo. Un coro di bambini. P. Douglas: "preoccuparsi dei profughi non significa solo pensare al mangiare, al bere, alle medicine, le iniezioni, le vaccinazioni... Le persone rifugiate hanno bisogno di fare qualcosa e di coltivare la speranza".

di Bernardo Cervellera

Erbil (AsiaNews) - Prima di pranzo visitiamo il campo profughi della parrocchia di Mar Elia, che non è Elia il profeta, ma un martire cristiano dell'impero ottomano. A lui è successo come ai cristiani di Mosul in questi mesi: il sultano gli domandava di abiurare alla fede cristiana, diventando musulmano, o di pagare la jiziya, la tassa per vivere come "protetti" dall'impero islamico. Lui ha rifiutato entrambi ed è stato ucciso. La chiesa è utilizzata da tre comunità: quella caldea, quella siro-ortodossa e quella latina. Tutte e tre le comunità si sono ingrossate con la venuta dei profughi appartenenti ai diversi riti. In qualche modo la persecuzione li ha resi ancora più uniti: è l'ecumenismo del sangue di cui parla sempre papa Francesco.

P. Dinkha, il mio accompagnatore, definisce questo luogo di tende e container "un campo profughi a cinque stelle". L'area è tutta pulita e ordinata e soprattutto i profughi sembrano molto attivi. Davanti alla chiesa ci troviamo circondati da bambini che mettono in cerchio decine di sedie di plastica multicolori per un concerto.  Poi si mettono a cantare canzoni di Natale, perfino delle Christmas carols in inglese! Tutto avviene in modo composto e senza sbavature: tutti sono attentissimi, nessuno parlotta alle spalle, nessuno si distrae annoiato.

Un tempo il campo era un bellissimo giardino con piante e alberi, che circondava la chiesa. Ora sono rimasti i camminatoi in pietra e qualche alberello qua e là, ma lo spazio maggiore è occupato dalle tende. All'inizio i profughi, appena fuggiti da Mosul e Qaraqosh, sono stati ospitati in tende militari grigioverdi. Di esse adesso ne è rimasta solo una, in cui p. Douglas, il parroco di Mar Elia e responsabile del campo, ha voluto allestire il presepio. "Un segno di fede - mi dice - ma anche un segno di memoria, per ricordare come vivevamo fino a pochi mesi fa".

P. Douglas spiega l'idea da cui è nato questo stile di campo: "Appena arrivati qui, i bambini traumatizzati erano egoisti, confusi, aggressivi: non volevano fare niente e non condividevano i giocattoli con nessuno. Preferivano piuttosto distruggerli. Poi abbiamo deciso di coinvolgerli nella scuola e le cose sono migliorate. Forse a loro non piace tanto studiare, ma di sicuro hanno il desiderio di imparare e di conoscere.

Ora tutti frequentano due ore di lezione al mattino: matematica, fisica, inglese, computer, musica. Al pomeriggio vi sono altre attività: canti (avete visto il concerto), lavori manuali, pittura, scultura con la creta. Due volte la settimana si va al parco giochi e due volte la settimana al centro sportivo. I bambini ora si sentono orgogliosi e responsabilizzati e l'aggressività è molto diminuita".

Prima tutte queste attività venivano svolte nelle tende. Ma ora p. Douglas ha chiesto ad alcune comunità caldee all'estero e in Iraq di finanziare dei container simili a capannoni, vere e proprie aule, insonorizzate, isolate dal caldo e dal freddo, in cui i giovani possano ritrovarsi e preparare il loro futuro.

In un container vi è una biblioteca con libri in diverse lingue, dove chi vuole può andare a leggere e curiosare in silenzio (come in tutte le biblioteche che si rispettino). In un altro vi è una diecina di postazioni per insegnare l'uso del computer; in un altro si insegna musica e a suonare strumenti musicali: lungo il perimetro della stanza e appesi ai muri vi sono pianole, chitarre, tamburi e alcuni strumenti tradizionali del luogo, simili a liuti o a mandolini, ma con la barra più lunga. Un'altra stanza-container serve per il ricamo ed è un punto di incontro per le donne, "che così - dice p. Douglas - possono passare il tempo a chiacchierare e non rimanere sole nel loro dolore".

Il sacerdote spiega più a fondo la sua filosofia: "E' la terza volta che affronto i problemi dei profughi: nel 1991 [con la prima Guerra del Golfo, quando Saddam Hussein invase il Kuwait e il Paese venne bombardato per mesi-ndr]; nel 2004 [dopo l'invasione multinazionale e la guerra dei sunniti a Baghdad -ndr] e ora".

 "Ho capito - continua - che preoccuparsi dei profughi non significa solo pensare al mangiare, al bere, alle medicine, le iniezioni, le vaccinazioni... Le persone rifugiate hanno bisogno di fare qualcosa e di coltivare la speranza.  C'è bisogno non solo di nutrire e curare il corpo, ma anche l'anima, il desiderio di essere felici, la voglia di affrontare le avversità".

Vi sono persone che lo criticano perché secondo loro bisognerebbe lottare politicamente o militarmente. Lui invece ha deciso di puntare sui bambini e sui giovani: "Sono il futuro di questo Paese. Dobbiamo nutrire e coltivare la loro creatività".

In realtà il sacerdote si interessa molto anche alla sorte delle famiglie e per gli adulti sta per aprire anche un centro di ascolto  e con l'aiuto di psicologi superare i traumi e le violenze subite. Egli si preoccupa soprattutto di tenere in alta considerazione le donne. "Molti nostri cristiani - afferma - trattano le loro donne sotto l'influenza dei musulmani, come una loro proprietà e lasciandole un po' da parte. Noi facciamo di tutto per dare loro istruzione, aiuti, responsabilità".

Vicino alle aule-container sorge il villaggio di tende bianche e azzurre, a semi-cilindro, a metà fra una casa di hobbit e delle coperture di vivai. In ognuna, separate da una parete di plastica o una coperta, vivono due famiglie, di solito parenti fra loro.

Ne visitiamo alcune: nessuno parla del proprio dolore, di quello che hanno passato. Tutti raccontano come vivono nel campo e ci invitano a pranzo a mangiare con loro. Una ragazza 19enne mostra orgogliosa suo figlio in fasce (nella foto): è avvolto in una coperta di lana bianca e rossa, adagiato per terra su una specie di tappeto che copre il pavimento della tenda.  Il piccolo, Imad,  è nato poco prima di Natale ed è il terzo bambino nato nel campo, partorito in questa tenda-vivaio.

A una certa distanza dalle tende vi è la zona docce, con servizi igienici distinti per uomini e donne. Un altro container funge da lavanderia: una schiera di lavatrici e di essiccatori di biancheria, nuovissimi. Le donne giovani sanno come usarle; ma le anziane preferiscono ancora lavare a mano: "Siamo abituate - dicono - e poi così ci passa il tempo".

Le persone anziane sono le vittime più colpite nella fuga da Mosul: perdere tutto e cambiare vita a 60, 70 anni; vivere e dormire sotto le tende, nel caldo dell'estate e nel freddo dell'inverno; la mancanza di medicine o di cure appropriate  le rendono fragili; diversi anziani sono già morti in questi mesi. "Alcune vecchie donne - racconta p. Douglas - trovano molto conforto nella preghiera e la sera, quando la nostalgia diventa più acuta, si trovano davanti alla grotta di Lourdes a recitare il rosario. Ve n'è una che tutte le sere passa diverse ore in silenzio davanti alla statua della Madonna".

Uscendo dal campo, faccio notare a p. Douglas la pulizia che vi è sulle stradine e attorno alle tende. Lui spiega che per instillare il senso della pulizia, per un certo tempo ha proposto ai bambini di raccogliere le immondizie e lui avrebbe "pagato con una bibita" un sacco di rifiuti. Tutti si sono dati da fare. "Qualche volta, pur di avere una bibita, i bambini andavano a prendere un sacco di rifiuti da fuori del campo e me lo portavano. Io lo sapevo, ma pagavo lo stesso la bibita: alla fine, in ogni caso, avevano pulito da qualche parte".

 

(Fine della seconda parte)

 

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