Centinaia di migranti cambogiani arrestati e torturati in Thailandia

Sono almeno 800 quelli detenuti il mese scorso perché considerati irregolari in base alle leggi sull’immigrazione. Ong e attivisti denunciano maltrattamenti e violazioni gravi dei diritti. La debolezza di Phnom Penh nei confronti del vicino, da cui dipende sul piano economico. La ripresa delle migrazioni post-Covid.

di Stefano Vecchia

Phnom Penh (AsiaNews) - Vi è preoccupazione in Cambogia ma anche tra le organizzazioni internazionali attive nella tutela dei lavoratori migranti, per le recenti retate di cittadini cambogiani in Thailandia. Sono almeno quelli 800 arrestati e detenuti il mese scorso perché irregolari secondo le leggi sull’immigrazione.

A sollevare il “caso” non solo l’entità ma le stesse condizioni riportate da diverse fonti che parlano di maltrattamenti e tortura (in un Paese che non l’ha abolita legalmente), mentre foto che circolano sul web mostrano diversi arrestati in catene. Per le autorità thailandesi queste immagini sono utili a dissuadere altri dal tentare la via dell’accesso non regolare, ma di fatto ancora una volta i migranti entrano in un gioco che è anche politico avvicinandosi le elezioni parlamentari del 14 maggio.

Si calcola che siano due milioni i cambogiani presenti abitualmente in Thailandia per lavoro, la metà dei quali regolarmente registrati. Tutti in ogni caso necessari per attività considerate di basso livello e mal retribuite soprattutto nei settori edile, agricolo e della pesca.

La mancanza di reazione da parte del governo di Phnom Penh rischia di aprire le porte a ulteriori ingressi e ad accrescere non solo la pressione sugli immigrati in Thailandia ma anche a incentivare la repressione nei loro confronti. Buona parte degli arrestati sono stati fermati al rientro in Thailandia dopo avere trascorso il Capodanno khmer a metà aprile nel loro Paese, ma sono molti quelli che attraversano il confine dopo la fine delle restrizioni dovute alla pandemia da Covid-19. La speranza è quella di cercare di recuperare un’occupazione nonostante i rischi connessi con una economia, quella thailandese, alle prese con forti incertezze.

Al momento, quella nei confronti dei cambogiani è l’unica azione repressiva di tale ampiezza e diverse organizzazioni  temono che questo dipenda anche dalla debolezza del governo di Phnom Penh verso il ben più grande vicino. Dalla difficoltà, anche, che il governo cambogiano - guidato ormai a vita dal premier Hun Sen che da Bangkok non subisce pressioni riguardo la sua guida autocratica e dittatoriale - ha a mettersi in disaccordo con un partner verso cui indirizza un’ampia popolazione migrante e col quale ha proficui scambi commerciali.

Preoccupazione per l’elevato numero di arresti e le loro condizioni è stata espressa da Central (Centre for Alliance of Labour and Human Rights), una Ong cambogiana : “Per i dati in nostro possesso, possiamo vedere un picco nel numero dei lavoratori cambogiani arrestati. Sono 1.297 quelli fermati tra gennaio e aprile, tra cui 700 donne e oltre 60 bambini”. Come segnala ancora Central, “molti tra gli arrestati sono stati torturati, spesso ammanettati e rinchiusi in centri sovraffollati in attesa del processo”.

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