Attivisti e minoranze etniche uniti per promuovere la democrazia in Myanmar

Dall’11 al 13 agosto a Jakarta si terrà un summit per elaborare un piano di riconciliazione nazionale. È il primo tentativo di movimento unitario dagli anni della lotta per l’indipendenza della ex-Birmania. Per Aung San Suu Kyi la decisione nel processo a suo carico è “dolorosamente ovvia”.

Yangon (AsiaNews/Agenzie) – Un piano per la “riconciliazione nazionale” in Myanmar che vede protagonisti partiti pro-democrazia e gruppi etnici, da elaborare in un vertice che si terrà a Jakarta il 12 e il 13 agosto, all’indomani della sentenza nel processo a carico di Aung San Suu Kyi. È quanto annunciato dal Movement for Democracy and Rights for Ethnic Nationalities, che comprende membri del partito di opposizione birmano Lega nazionale per la democrazia (Nld) e minoranze etniche del Paese.

 

Il progetto, se dovesse andare a buon fine, rappresenta il primo caso di battaglia comune e condivisa dall’intera popolazione birmana – suddivisa in gruppi etnici e fedi religiose – dalla guerra di indipendenza contro il colonialismo britannico prima e contro gli invasori giapponesi poi. Protagonista della lotta indipendentista il generale Aung San, venerato come fondatore della patria, e padre di Aung San Suu Kyi, la Nobel per la pace che la giunta militare al potere ha rinchiuso nel carcere di Insein, a Yangon, dal maggio scorso.

 

Il vertice di Jakarta si propone di favorire il dialogo con la dittatura al potere in Myanmar, offrendo “una strategia di uscita sostenibile per i militari”. Gli organizzatori, auspicando un coinvolgimento ad ampio respiro in una società caratterizzata da divisioni e conflitti interni, intendono promuovere “un futuro di democrazia fondato sul potere civile, non militare… il Myanmar può avviare una fase di riforme democratiche senza sollevamenti di massa e recriminazioni”.

 

Il progetto, pur condito di buoni propositi, si scontra con la realtà birmana, caratterizzata da una dittatura dei generali che non intendono riconoscere le elezioni del 1990 – vinte con un’ampia maggioranza dalla Nld – e cedere il potere. La giunta non sembra cedere nemmeno alle pressioni delle Nazioni Unite e dei governi occidentali, potendo contare sul sostegno della Cina, dell'India e di altri Paesi dell’area asiatica che commerciano con il governo a dispetto delle sanzioni.

 

L’11 agosto è attesa la sentenza del processo a carico di Aung San Suu Kyi e la stessa leader dell’opposizione è “pronta al peggio”. La Nobel per la pace, imprigionata dalla dittatura per aver ospitato un cittadino americano nella sua abitazione, ha affermato che la decisione della corte è già “dolorosamente ovvia”. Per la Signora, che ha trascorso agli arresti 14 degli ultimi 20 anni, si prospetta una condanna fino a un massimo di cinque anni, per impedirle di partecipare alle elezioni politiche indette dalla giunta per il 2010.

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