Diffuso scetticismo sull’annuncio di votazioni democratiche

La giunta militare annuncia il referendum sulla Costituzione a maggio ed elezioni politiche nel 2010. Ma i democratici birmani osservano che ancora nemmeno si conosce la Costituzione, scritta dai militari. Analisti: occorre prima liberare i detenuti politici e concedere libertà.

Yangoon (AsiaNews/Agenzie) – Diffuso scetticismo, nel Myanmar e all’estero, dopo che la notte del 9 febbraio la giunta militare ha promesso su tv e radio che nel 2010 ci saranno le elezioni politiche. La giunta ha anche annunciato che a maggio ci sarà il referendum per l’approvazione della nuova Costituzione. E’ la prima volta che i militari indicano date precise.

La leader democratica Aung San Suu Kyi, agli arresti domiciliari per oltre 12 anni, si è detta “sorpresa” e ha solo aggiunto che “è ancora presto per parlare di elezioni”. U Nyan Win, portavoce del Partito di Suu Kyi, la Lega nazionale per la democrazia, ha pure ritenuto “prematuro” qualsiasi discorso, quando ancora non è conosciuta la versione finale della Costituzione. “Vediamo prima – ha concluso – i risultati del referendum costituzionale”.

Pure scettici tutti gli analisti, che osservano come eventuali elezioni abbiano poco significato, con tutti gli oppositori arrestati e i militari che hanno il completo controllo di media e potere e dopo la brutale e sanguinosa repressione delle pacifiche proteste dei monaci buddisti. Occorrerebbe – dicono – prima rilasciare i prigionieri politici e dare maggiore libertà.

Win Min, accademico a Chiang Mai, ritiene la situazione simile a quando “la giunta ha promesso elezioni dopo la repressione del movimento popolare dell’8 agosto 1988”, con oltre 3mila morti, per impedire nuove proteste di massa e convincere la popolazione a non scendere in piazza. Le elezioni ci sono poi state nel 1990, con un trionfo del partito di Suu Kyi. Subito dopo i militari hanno preso il potere e incarcerato gli oppositori.

Molti considerano l’annuncio un modo di prendere tempo, dopo che di recente Unione europea e Stati Uniti hanno minacciato sanzioni più severe se non ci saranno riforme politiche e dopo che la giunta non ha permesso all’inviato Onu Ibrahim Gambari di tornare nel Paese per mediare tra i militari e Suu Kyi.

La giunta ha promesso una nuova Costituzione dal 1993 e ha nominato una commissione che la sta redigendo, senza la partecipazione dell’opposizione né della gran parte degli oltre 100 gruppi etnici del Paese. Si dà per certa la previsione per i militari di una riserva del 25% dei seggi in parlamento e un potere di veto sulle decisioni. Inoltre al comandante in capo dell’esercito spetterebbe la nomina dei ministri chiave e può assumere ogni potere “in casi di emergenza”. Si dice infine che non può candidarsi come presidente chi abbia “diritti e privilegi di uno Stato estero”: ciò per escludere la stessa Suu Kyi, già sposata con un cittadino britannico. “La nuova Costituzione – è la conclusione dell’analista Aung Naing Oo – garantisce ai militari un potere sul governo. Permette loro di intervenire in ogni momento nelle questioni politiche”.

 

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