Kuala Lumpur (AsiaNews) - La Malaysia accoglie una consistente presenza di immigrati, ma la severità delle leggi e una loro applicazione opportunista rende difficile l’esistenza a quasi 156mila profughi del Myanmar registrati dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Alla maggioranza di esuli di etnia rohingya sfuggiti a varie ondate persecutorie, si sono aggiunti dalla fine dello scorso settembre oltre 22mila chin in fuga dalle violenze dei militari birmani agli ordini della giunta che ha preso il potere a febbraio.
Secondo l’Unhcr, questa presenza si aggiunge alle altre centinaia di migliaia di immigrati birmani: 550mila regolari e almeno altri 250mila birmani stimati in condizione di irregolarità.
La politica del governo di Putrajaya si barcamena tra una notevole disponibilità di impieghi di basso livello offerti agli stranieri e l’uso arbitrario delle leggi che regolano l’immigrazione. Le restrizioni imposte dalle autorità a partire da marzo 2020 in base alla legge sanitaria e ai maggiori poteri assegnati alla polizia in caso di emergenze nazionali, hanno portato a retate di migliaia di lavoratori irregolari, di rifugiati riconosciuti e di richiedenti asilo.
Secondo gli ultimi dati disponibili, risalenti allo scorso anno, erano almeno 15mila gli stranieri in stato di arresto in strutture sovraffollate e a rischio di diventare (come in parte è avvenuto) focolai di contagio da Covid-19. Molte di queste persone in realtà sono profughi non ancora assistiti dall’Unhcr. Analisi internazionali indicano che tra gli arrestati vi fossero almeno 350 tra donne e bambini e che - sottolinea l’Asian Pacific Refugee Rights Network - crea una situazione di disagio e di incertezza. Fattori che, insieme alle ridotte possibilità di lavoro e al timore di espulsione, spiegano anche le decine di suicidi tra gli immigrati.
Il governo malaysiano è oggi tra quelli che, almeno apertamente, condannano il golpe in Myanmar e chiedono una tregua e l’avvio di un dialogo che porti alla fine delle violenze, ma gli immigrati birmani in Malaysia sembrano oggi più ostaggi che ospiti accolti e rispettati.
Difficile capire perché a pochi giorni dal golpe di febbraio le autorità malaysiane abbiano espulso 1.086 birmani verso un Paese sotto dittatura, dove sono stati incarcerati e lo restano tutt’ora.
D’altra parte, lo stesso Unhcr conferma che, se le autorità negano che gli espulsi siano persone in possesso dello status di rifugiato, dall’agosto 2019 al Commissariato è impedito di accedere ai centri di detenzione per verificare chi tra gli “ospiti” abbia diritto alla protezione internazionale.










