La giunta birmana si prende gioco del popolo e dell’Onu

Ne sono convinti attivisti locali, che si chiedono: “Come si può essere aperti al dialogo con l’opposizione, se si continuano ad arrestarne gli esponenti e a non liberare Aung San Suu Kyi?”. Ma le Nazioni Unite registrano “progressi”. Gruppo per i diritti umani invita Pinheiro a tentare un incontro con il leader buddista U Gambira, prigioniero ad Insein e forse oggetto di torture.

Yangon (AsiaNews) – L’apertura della giunta birmana a “dialogo e riconciliazione” sbandierata dalle Nazioni Unite come unico risultato raggiunto dall’ultima missione dell’inviato speciale Ibrahim Gambari, continua a stridere con la reale situazione nel Paese: arresti di monaci e attivisti, propaganda di regime sui media nazionali e controlli soffocanti su una popolazione ormai stremata. Questo raccontano da Mandalay e Yangon fonti di AsiaNews, che parlano dell’“angoscia della gente, preoccupata che a breve tutto torni come o peggio di prima”. “Ognuno di noi segue con apprensione gli sviluppi degli incontri tra Onu e governo – riferiscono - ma nessuno ha più fiducia che qualcosa possa cambiare. Il mondo non immagina nemmeno cosa significhi vivere sotto una dittatura, presente ad ogni livello e in ogni settore della vita quotidiana: scuole, commercio, religione, ufficio immigrazione, anagrafe, tutto passa per i militari”.

 

Ieri Ibrahim Gambari, riferendo al Consiglio di Sicurezza dell'Onu dell'esito della sua missione in Myanmar (3 – 8 novembre), ha dichiarato che i colloqui con la giunta militare hanno registrato progressi. Pur non avendo raggiunto tutti gli obiettivi, che si era prefissato - ha spiegato Gambari - la visita ha avuto "esiti positivi". Intanto nella ex Birmania l’invito Onu per i diritti umani, Paulo Sergio Pinheiro, ha parlato a Naypydaw con il ministro degli Esteri e quello del Lavoro, incaricato anche delle “relazioni” con la leader democratica Aung San Suu Kyi, da anni agli arresti domiciliari.

Scetticismo sulle reali intenzioni dei generali birmani è espresso da diplomatici stranieri come pure da attivisti birmani. L’ambasciatore Usa a Palazzo di Vetro, Zalmay Khalilzhad, si dice convinto che “non sia avvenuto nessun sostanziale cambiamento” nell’atteggiamento del regime militare.  “Come si può credere che i generali vogliano realmente il dialogo con l’opposizione e una transizione democratica, se non liberano Suu Kyi e continuano ad arrestare membri del suo partito (Lega nazionale per la democrazia, ndr)?”, si chiede un attivista anonimo.

 

Secondo il portavoce della Lnd, lo scorso 9 novembre due membri del partito – Nay Win e Ba Myint – sono stati condannati con un processo a porte chiuse a 2 anni di detenzione per “aver fomentato disordini e allarme pubblico”. Oggi al mercato di frutta e verdura Thiri Mingalar, a Yangon, la polizia ha arrestato tre uomini che distribuivano volantini anti-governativi. Intanto cresce l’apprensione per la salute del bonzo U Gambira, leader della Alliance of All Burma Buddhist Monk, che ha giocato un ruolo chiave nelle manifestazioni di settembre contro il regime. Il monaco - arrestato all’inizio del mese - potrebbe essere oggetto di torture, denuncia Bo Kyi, capo dell’Assistance Association for Political Prisoners, il quale invita Pinheiro a tentare di incontrarlo.

 

Con la repressione procede di pari passo anche la propaganda sui media, volta a screditare l’opposizione. Oggi su alcuni quotidiani di Stato in prima pagina appare un articolo – chiaramente confezionato ad hoc – a firma del gruppo ribelle dei “pao”, etnia dello Stato Shan, i quali chiariscono che Aung San Suu Kyi non li rappresenta. L’allusione è al recente messaggio della “Signora” che invitava il governo e tutti i partiti, anche quelli etnici, ad impegnarsi nel dialogo.  

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