Meikhtila, condanne lievi per i buddisti responsabili del massacro nella scuola islamica

Sette buddisti hanno subito pene fra i tre e i 15 anni di prigione per le violenze del marzo scorso, che hanno causato 43 morti e 12mila sfollati. Per capi di imputazione analoghi un musulmano ha subito l’ergastolo. Per i giudici le sentenze sono frutto dei “racconti dei testimoni” e “secondo legge”.

Yangon (AsiaNews/Agenzie) - Un tribunale birmano ha condannato sette buddisti a pene detentive fra i tre e i 15 anni di carcere, per il loro coinvolgimento nelle violenze sfociate poi nel massacro avvenuto il 21 marzo scorso in una scuola islamica. Decine le vittime del raid, fra studenti e insegnanti dell'istituto; di contro, un musulmano imputato per un omicidio avvenuto in concomitanza con l'assalto è stato condannato all'ergastolo. Ancora una volta emerge in tutta la sua portata la logica dei "due pesi e due misure" nel giudicare le violenze confessionali che stanno insanguinando da tempo l'ex Birmania, e che vedono opposte la maggioranza buddista e la minoranza islamica.

Per gli scontri settari del 20 e 21 marzo scorso a Meikhtila, nel centro del Myanmar, hanno ricevuto pene detentive 24 buddisti e cinque musulmani; nelle violenze sono morte 43 persone e 12mila hanno perso la casa, la maggior parte delle quali appartenenti alla comunità islamica. Ad oggi sono invece pochi i buddisti processati e condannati per gli attacchi contro i Rohingya nello Stato occidentale di Rakhine, che hanno causato oltre 250 vittime e 140mila sfollati.

Protagonisti dell'attacco contro la Mingalar Zayone Islamic Boarding School gruppi estremisti buddisti, che hanno dato fuoco all'istituto, per poi scagliare la loro violenza devastatrice contro negozi, moschee e attività dei musulmani. E mentre le forze di sicurezza restavano a guardare, si consumava il massacro a colpi di machete, catene e pietre contro persone inermi, molti dei quali bambini.

Tuttavia, i giudici hanno punito con maggior durezza gli imputati appartenenti alla comunità musulmana, evitando di usare la mano pesante contro i veri autori e promotori del raid. E a quanti hanno criticato le sentenze, i giudici distrettuali rispondono di essersi basati "esclusivamente sui racconti dei testimoni". La Corte ha deciso "secondo la legge", senza usare "privilegi" nei riguardi di "alcun gruppo".

Da tempo il Myanmar è attraversato da violenti conflitti etnico-religiosi, che vedono contrapposte la maggioranza buddista e la minoranza musulmana. In particolare, nello Stato occidentale di Rakhine, al confine col Bangladesh, si assiste a una vera e propria repressione dei musulmani Rohingya, accusati di essere immigrati irregolari. Scontri, assalti, attacchi mirati o singoli focolai di tensione, divampati nel giugno 2012 in seguito all'uccisione di una donna buddista, hanno causato ad oggi centinaia di morti e migliaia di sfollati nell'inerzia - se non connivenza - di istituzioni, esercito (il vero potere forte del Paese) e polizia.

 

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