Myanmar, la giunta tenta di “cancellare” cristiani e musulmani

Le autorità, che hanno annunciato la liberazione di qualche decina di prigionieri, hanno chiamato la popolazione a registrarsi promettendo un iter facilitato. Solo i fedeli di religioni diverse dal buddismo – spesso anche membri delle minoranze etniche – incontrano grandi ostacoli, perché considerati “stranieri”. Si teme che così il regime voglia negare loro i propri diritti. Prima di tutto quello al voto.

Yangon (AsiaNews) – In Myanmar i generali della giunta militare annunciano la liberazione di qualche decina di persone imprigonate per aver preso parte alle manifestazioni di protesta, ma intanto i fedeli di religioni differenti dal buddismo stanno affrontando grandi problemi e ostacoli per poter ottenere la propria carta d’identità. Lo riferiscono fonti di AsiaNews nel Paese. “Da tempo – spiegano - i cittadini si lamentano per le enormi difficoltà che si incontrano quando si richiede il documento di identità: i costi sono eccessivi e in più bisogna pagare alte tangenti ai funzionari dell’ufficio immigrazione”.

 

Da qualche giorno, però, la giunta militare ha chiamato a raccolta la popolazione, promettendo di facilitare l’iter per la registrazione. Iniziativa che probabilmente mira a riacquistare consensi dopo che le atrocità commesse dai militari contro i monaci buddisti hanno generato riprovazione e sdegno tra la gente.

 

Ma le “facilitazioni” non sembrano riguardare i cittadini cristiani, musulmani o animisti, i quali spesso sono anche membri di minoranze etniche. Per loro, anzi, ottenere la carta d’identità è “quasi impossibile”. “Le autorità – dicono le fonti da Yangon – ci considerano sangue-misto, degli stranieri; dobbiamo presentare agli uffici di registrazione tutto il nostro albero genealogico, e in più le nostre pratiche devono avere la firma di 5 funzionari statali di diverso grado, cosa che non succede per i buddisti”.  I cittadini non si spiegano il perché di questa discriminazione. Alcuni, però, avanzano ipotesi e timori: "forse il governo ha intenzione di lasciarci ai margini, non permettendoci di registrarci diventiamo come inesistenti e questo potrebbe creare problemi ad esempio nel diritto di voto o nell’assistenza sanitaria”.

 

Secondo la “road map” del regime verso la democrazia, il testo della nuova Costituzione – di cui di recente è stato annunciato l’avvio della stesura dopo 14 anni di consultazioni – dovrà essere sottoposto a referendum popolare, in un processo che dovrebbe culminare con nuove elezioni. Elezioni a cui – nella possibilità che vengano mai organizzate – non potrà, però, partecipare la figura di spicco del movimento democratico, Aung San Suu Kyi.

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