Nargis: oltre 100mila morti, il Pime in campo per gli aiuti

Il Pontificio istituto missioni estere lancia una campagna di raccolta fondi per l’emergenza nel sud del Paese. Continua a salire il bilancio delle vittime e l’allarme sanitario, ma per la giunta la situazione “va normalizzandosi”. Tonnellate di aiuti alimentari dell’Onu aspettano ai confini il permesso di ingresso dal regime militare. La gente comincia a vendere i gioielli di famiglia al mercato nero per riuscire a mangiare.

Yangon (AsiaNews) – Anche il Pontificio istituto missioni estere (Pime), da 150 anni presente in Myanmar, si unisce alle realtà umanitarie di tutto il mondo e corre in aiuto della popolazione colpita dalla furia del ciclone Nargis. Il Pime di Milano lancia una campagna di raccolta fondi per “portare soccorso immediato con beni di prima necessità”.

A sei giorni dal disastro intanto non smette di salire il bilancio dei morti. Oggi la cifra confermata è di 110mila, stando all’agenzia Mizzima News. Un’ecatombe che si avvicina a quella provocata da un altro ciclone nel 1991 in Bangladesh (143mila morti). Nella sola area di Labutta, nel sud-ovest del Paese, le vittime sono arrivate a 80mila, secondo fonti militari.

Richard Horsey, portavoce dell'Ocha, l'Agenzia delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari con sede a Bangkok, parla di circa 5mila km quadrati di terre sommerse dall’acqua e più di un milione di persone in urgente bisogno di aiuto. Secondo l'Onu, è il delta dell'Irrawaddy "il punto nevralgico" per gli aiuti, perché "occorrono battelli, elicotteri e camion".

Le operazioni di soccorso stanno combattendo una corsa contro il tempo per contenere il rischio epidemie. I cadaveri in decomposizione e la mancanza di acqua potabile fanno temere contagi da tifo, dissenteria e malaria.

Nonostante l’allarme sanitario, la giunta birmana continua a ritardare i permessi d’ingresso a personale e carichi delle agenzie umanitarie internazionali, tutte già mobilitate per l’emergenza. Lo staff Onu in Thailandia aspetta ancora i visti, mentre gli aerei del World Food Programme con 40 tonnellate di biscotti energetici sono fermi a Dhaka e Dubai in attesa del via libero da Naypytaw.

Hanno, invece, ricevuto oggi l’autorizzazione a volare su territorio birmano gli Stati Uniti. Aerei militari con aiuti arriveranno tra massimo due giorni, riferiscono da Bangkok, che ha mediato tra i due Paesi, da tempo ai ferri corti. Dopo la repressione delle proteste dei monaci di settembre Washington ha imposto sanzioni economiche al regime e continua a fare pressioni per il rispetto dei diritti umani.

Il disastro ha provocato un forte rincaro dei prezzi dei generi alimentari e del carburante. Manca cibo e la gente inizia a vendere gioielli o cambiare denaro al mercato nero. I più ricchi chiedono  baht thailandesi al posto di kyat, perché vogliono lasciare il Paese, racconta un operatore di cambio. A Yangon manca ancora l’elettricità e tra la gente cova un sentimento di rabbia e frustrazione. Il dito è puntato contro la malagestione della crisi da parte dei generali: pur a conoscenza da una settimana dell’arrivo di Nargis, non hanno diramato tempestivi avvisi ai cittadini delle zone a rischio e anche ora sono pochi – dicono testimoni – i militari impegnati nei soccorsi.

Anzi, la macchina di propaganda del regime è impegnata a diffondete sui media di Stato immagini di ordine ed efficienza. Il generale Tha Aye parla alla tv di una situazione “in fase di normalizzazione".

 

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