Per la democrazia in Myanmar, necessario il dialogo con Pechino

È l’idea che muove il viaggio in Asia del consigliere speciale delle Nazioni Unite per il Myanmar, Ibrahim Gambari, per esigere dal regime diritti umani e democrazia. Prima tappa la Cina, poi India e Giappone. Ma Pechino risponde: la situazione birmana non ci preoccupa, è una questione interna.

New York (AsiaNews) – “Ogni sforzo per promuovere la democrazia in Myanmar richiede un dialogo diretto non solo con la giunta birmana, ma anche con i Paesi della regione interessati”. Primo tra tutti, la Cina. Le poche parole di Marie Okabe, viceportavoce del segretario generale Onu, fanno ben intendere lo scopo della “missione asiatica” in cui è impegnato dallo scorso 8 luglio il consigliere speciale delle Nazioni Unite per il Myanmar, Ibrahim Gambari.

 

Dopo le denunce dei dissidenti è sempre più chiaro anche al Palazzo di Vetro che ogni pressione internazionale per il progresso di diritti umani e democrazia nella ex Birmania cadrà nel vuoto, finché il regime militare avrà l’appoggio di potenze quali Pechino e Delhi. Gambari si fermerà in Asia per una settimana; prima tappa del viaggio è stata proprio la Cina, a seguire India e in ultimo il Giappone.

 

Pechino considera il Myanmar il suo alleato più importante nel continente: finanza progetti di infrastrutture, come porti ed autostrade, per poi accaparrarsi le ambite risorse energetiche, cui mira anche il gigante indiano; vi riversa, inoltre, una quantità infinita di prodotti e manodopera che di fatto l’hanno portata a controllare l’economia delle province settentrionali.

 

La giunta birmana è sotto la pressione di Asean, Onu e organizzazioni per i diritti umani che da anni chiedono il rilascio del Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi e l’approvazione di una nuova Carta costituzionale ancora in fase di discussione.

 

Dall’8 al 10 luglio scorso a Pechino, l’inviato Onu ha incontrato il vice ministro cinese degli Esteri, Dai Bingguo e l’assistente del ministro degli Esteri, Cui Tiankai. Ma quello che emerge sembra un rifiuto a collaborare. Pur apprezzando l’impegno delle Nazioni Unite per la “stabilità e l’armonia sociale” in Myanmar, il portavoce degli Esteri fa sapere che la Cina non ritiene il regime di Naypyidaw una “minaccia regionale” e i problemi interni del Paese “vanno affrontati dal popolo stesso”. 

 

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