All’Assemblea dei rappresentanti cattolici cinesi si loda “indipendenza e autonomia”
di Bernardo Cervellera

All’incontro sarebbero presenti 59 vescovi, oltre al direttore dell’amministrazione statale per gli affari religiosi e membri del Fronte unito. I futuri cambi nella leadership del Consiglio dei vescovi e dell’Associazione patriottica. Nell’osanna all’autonomia (dalla Santa Sede) un segnale non positivo. Il Global Times ribadisce le precondizioni per il dialogo. Una Chiesa di Stato. Le critiche del card. Joseph Zen e di Giustizia e Pace di Hong Kong. Una cattolica: Questa assemblea è uno schiaffo in faccia al Vaticano.


Roma (AsiaNews) – In un ovattato salone dell’hotel Tian Tai di Pechino, è iniziata ieri la Nona Assemblea dei rappresentanti cattolici cinesi, l’organismo sovrano che guida vescovi, preti e laici. Secondo l’Amministrazione statale per gli affari religiosi (Sara) sono presenti 365 delegati di 31 province e municipalità, anche se a giudicare dall’ampiezza della sala sembrano esservene molto meno. L’assemblea (la “Grande Nona”, come la definiscono i media) durerà fino al 30 dicembre. Fra gli invitati vi sono sacerdoti, suore, laici, membri del governo (soprattutto del Fronte unito e della Sara) e vescovi.

Nella precedente edizione, nel dicembre 2010, il Vaticano aveva domandato ai vescovi di “evitare di porre gesti… che contraddicono la comunione con il Papa”. Tale Assemblea è infatti giudicata “inconciliabili con la dottrina cattolica”, dato che sottomette l’autorità dei vescovi all’assemblea e persegue l’ideale dell’indipendenza della Chiesa (dalla Santa Sede).

Questa volta, forse per le speranze di dialogo fra Cina e Vaticano, la Santa Sede, pur ribadendo la sua “nota” posizione riguardo ad essa, non ha dato alcuna indicazione ai vescovi se partecipare o no. In una dichiarazione pubblicata giorni fa, la Santa Sede ha detto che si riserva di giudicare l’Assemblea in base a “fatti comprovati” e che si attende “segnali positivi” dal governo. Tale posizione giudicata troppo vaga da cattolici cinesi, ha dato il via libera alla partecipazione di molti vescovi senza alcuno scrupolo.

Fra i vescovi presenti, vi sono mons. Ma Yinglin di Kunming (Yunnan), presidente della cosiddetta Conferenza episcopale cinese (che non è riconosciuta dalla Santa Sede perché mancante dei vescovi sotterranei); mons. Fang Xingyao di Linyi (Shandong), vice-presidente dell’Associazione patriottica; mons. Han Yingjin di Sanyuan (Shaanxi); mons. Dang Mingyan di Xian (Shaanxi ), il neo-ordinato Tang Yuange di  Chengdu (Sichuan); mons. Chen Gongao di Nanchong (Sichuan); mons. Luo Xuegang di Yibin (Sichuan); mons.  Zhan Silu di Mindong (Fujian ); mons. Guo Jincai di Chengde (Hebei). Secondo le note ufficiali sono presenti almeno 59 vescovi, in maggioranza riconosciuti dalla Santa Sede. Vi sono anche gli otto vescovi illeciti e scomunicati che, secondo alcuni avrebbero dovuto essere riconciliati entro la fine del Giubileo, ma ciò non è avvenuto. Non si conosce, per il momento, i nomi dei vescovi assenti e il motivo della loro assenza. Nel 2010 molti vescovi che non volevano parteciparvi – su indicazione della Santa Sede - sono stati costretti con la forza a prendere parte all’Assemblea.

Molti cattolici in Cina guardano all’incontro come a un fatto scontato e senza sorprese, ma vogliono vedere come avverrà il cambio della leadership. A tale assemblea infatti sarà scelto il nuovo presidente del Consiglio dei vescovi e il nuovo presidente dell’Associazione patriottica.

Fra i possibili candidati alla prima carica si fa il nome di mons. Giuseppe Shen Bin, 46 anni, vescovo di Haimen (Jiangsu), o quello di mons. Giovanni Battista Yang Xiaoting, 52 anni, vescovo di Yulin (Shaanxi).

Fra i candidati alla presidenza dell’Associazione patriottica, si fa il nome di mons. Giuseppe Guo Jincai, 48 anni, vescovo illecito di Chengde (Hebei). I primi due vescovi sono entrambi riconosciuti dalla Santa Sede; quest’ultimo invece è uno degli otto vescovi illegittimi.

Per il resto, a tema dei lavori di questi giorni vi è una revisione dei Regolamenti sulle attività religiose, degli emendamenti agli statuti dei due gruppi (vescovi e Associazione patriottica).

Anche se i temi non sono molto significativi, ha molto significato l’atmosfera: ogni relazione ieri ha esaltato “l’indipendenza” della Chiesa (dalla Santa Sede); “l’autonomia” (nella teologia, nella gestione, nella giurisdizione), il “patriottismo” della fede (“ai guo, ai hui”: prima amare la nazione, poi amare la Chiesa), dei mantra ripetuti da Ma Yinglin, da Fang Xingyao, da Wang Zuoan (direttore della Sara), ecc…

A tema anche l’assorbimento dell’insegnamento dato dal presidente Xi Jinping alle religioni nell’incontro col Fronte unito, a cui ha partecipato lo scorso aprile. In esso si chiede alle religioni di “sinicizzarsi” (staccandosi dall’occidente); di “servire le riforme e lo sviluppo della nazione” e di sostenere la leadership del Partito comunista cinese.

A parole queste frasi sembrano aprire un futuro delle religioni e della Chiesa cattolica a servizio del popolo cinese; nei fatti il tutto appare molto ambiguo fino a palesare l’esperienza di una Chiesa di Stato, controllata in tutti i suoi movimenti e progetti.

Proprio per questo, il card. Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong e grande paladino della libertà religiosa, in un suo blog del 24 dicembre, aveva detto che il governo cinese “vuole una incondizionata sottomissione” della Chiesa e questo porta al fatto che l’assemblea è “l’espressione più formale ed esplicita della natura ‘scismatica’ di quella Chiesa”.

Di questa posizione si è fatta voce anche la Commissione Giustizia e pace di Hong Kong che due giorni fa, il 26 dicembre, ha manifestato davanti all’Ufficio di rappresentanza della Cina ad Hong Kong, denunciando che l’Assemblea è contraria alla dottrina cattolica.

Da notare infine, un cambiamento di tono anche nel mondo cinese. Nei giorni seguenti alla dichiarazione vaticana, la portavoce del Ministero degli esteri aveva avuto toni molto moderati nel parlare del Vaticano e della Chiesa cattolica senza reiterare le questioni dell’autonomia, dell’indipendenza, delle auto-nomine dei vescovi, dei rapporti con Taiwan. Ieri, però il Global Times (giornale vicino al Quotidiano del popolo, organo del Partito comunista cinese), ha corretto il tiro e in un editoriale ha riproposto le condizioni per un dialogo costruttivo che arrivi ai rapporti diplomatici. I “requisiti” previ sono: “riconoscere l’unica Cina” (rompere i legami con Taiwan) e “non interferire negli affari interni della Cina”, comprese le nomine dei vescovi.

Il commento di una cattolica: “Il Vaticano voleva dei ‘segnali positivi’ e ha ricevuto uno schiaffo. L’Assemblea è un osanna all’indipendenza della Chiesa dalla Santa Sede e il dialogo è ancora al punto di partenza”.

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