L'arcivescovo del Manipur: 'La violenza continua, lo Stato qui non c'è più'

In un rapporto a un mese e mezzo ormai dall'inizio degli scontri tra Meitei e Kuki la dura denuncia di mons. Lumon: "Preoccupante il silenzio del primo ministro Modi. A Imphal paura, incertezza e un senso generale di disperazione". Il conflitto non è in sé religioso, ma forze esterne stanno lavorando perché lo diventi: "Anche tutte le chiese dei Meitei cristiani sono state colpite". La prudenza per non esacerbare ulteriormente gli animi e il grazie alle altre diocesi per la solidarietà.

di Nirmala Carvalho

Imphal (AsiaNews) - “Il silenzio del primo ministro, l'incapacità del ministro degli Interni anche dopo la sua visita nello Stato, l'indecisione del governo locale nel porre fine alle violenze sono preoccupanti. Le autorità non possono sfuggire alle responsabilità e scaricare le colpe”. Di fronte alle violenze che durano ormai ininterrottamente da un mese e mezzo nello Stato di Manipur, richiama il governo di Narendra Modi alle sue responsabilità l’arcivescovo di Imphal, mons. Dominic Lumon.

Lo fa in un dettagliato aggiornamento inviato in questi giorni a tutti i confratelli vescovi indiani sulla situazione nel martoriato Stato del Nord-est indiano, scosso dai primi di maggio dal grave scontro tra i Meitei e i Kuki. “Le violenze e gli incendi - scrive mons. Lumon - continuano senza sosta, soprattutto nelle periferie della regione. Sono state perse vite preziose, case e villaggi bruciati o distrutti, beni vandalizzati e saccheggiati, luoghi di culto profanati e incendiati. Oltre 50mila persone hanno perso la propria casa e languono nei campi per gli sfollati. Molti hanno lasciato la capitale Imphal e lo Stato per raggiungere luoghi più sicuri nel vicino Stato di Mizoram, in altri Stati del nord-est, nelle metropoli. C'è un completo collasso dell'apparato costituzionale nello Stato. In sintesi, c'è paura, incertezza e un senso generale di disperazione”.

L’arcivescovo precisa che nello scontro tra le due comunità a soffrire è tutta la comunità del Manipur, indipendentemente dalle appartenenze. “In un mese e mezzo - denuncia - il governo eletto dello Stato e l’amministrazione centrale di New Delhi non sono stati in grado di ripristinare lo Stato di diritto e di porre fine alle folli violenze. Si può dire che siamo di fronte al collasso della macchina dello Stato a livello locale. Ci si chiede come mai la President's Rule (l’amministrazione diretta da parte del governo federale di New Delhi, prevista in casi gravi dall’articolo 356 della Costituzione indiana ndr) non sia ancora considerata come un'opzione”.

Il presule parla di molte più vittime rispetto ai 100 morti dei dati ufficiali: “Le attività violente nelle periferie al di fuori della capitale sono molto sottostimate - scrive -. Ma tuttora continuano a verificarsi incendi di case, anche nel cuore della città di Imphal”.

L’arcivescovo precisa che sarebbe “categoricamente sbagliato dire che quello in corso è un conflitto religioso”. Però - aggiunge - negli scontri tra Meitei (in maggioranza indù) e i Kuki (prevalentemente cristiani) gli attacchi di matrice religiosa sono un fatto innegabile: “Ciascuno degli oltre 200 villaggi Kuki ha visto una o più chiese attaccate. E anche tutte le circa 249 chiese dei cristiani Meitei sono state distrutte nelle prime 36 ore dall’inizio delle violenze”. Mons. Lumon sottolinea pure l’emergere di milizie che dichiarano di voler proteggere il sanamahismo, la religione tradizionale di questa zona. “Ci sono racconti di Meitei cristiani che subiscono minacce se non ritornano alla religione originaria e di pastori a cui viene intimato di non ricostruire le chiese distrutte”, spiega l’arcivescovo di Imphal.

“Il coinvolgimento di un 'terzo elemento' - continua mons. Lumon - è visibile e molto simile a quanto accaduto nelle rivolte nel Gujarat e nel distretto di Kandhmal in Orissa. Narrazioni che parlano di una ‘guerra alla droga’, ‘operazione contro le milizie Kuki’ o ‘lotta contro gli immigrati clandestini dal Myanmar" hanno il loro peso nelle violenze, ma la corrente sotterranea di intolleranza religiosa emerge chiara dalle cifre. In mezzo a questa propaganda orchestrata, un attacco sottile al cristianesimo sembra aver trovato uno spazio libero e insospettabile”.   

In questa situazione così difficile - dove le emozioni e l tensioni restano alte - la Chiesa per il presule ha il dovere di “valutare con calma la situazione e astenersi da decisioni troppo affrettate che possono essere considerate di parte. Deve mantenere la neutralità e promuovere la pace e l'unità, privilegiando il soccorso a chi si trova in gravi condizioni di bisogno”. Le sfide per la comunità cattolica stessa sono impegnative: oggi - racconta mons. Lumon - preti e religiosi Kuki possono essere assegnati solo a comunità Kuki, “anche se speriamo che la situazione possa presto tornare alla normalità”. Ci sono parrocchie dove tutti i fedeli sono stati dispersi e c’è il rischio di non riuscire a ricostituire la comunità. E poi ci sono le scuole, spazzate via dopo aver già sofferto la crisi a causa del Covid.

Quanto alle azioni di solidarietà possibili l’arcivescovo di Imphal chiede a tutti di comprendere che “la crisi che la gente e la Chiesa del Manipur si trova ad affrontare non è un fatto isolato”, ma va vista nella prospettiva più ampia della “preoccupazione per le minoranze in India”. Chiede gesti concreti in questo senso alle altre diocesi e alla Conferenza episcopale indiana. «La nostra Chiesa del Manipur - conclude l’arcivescovo - è addolorata, rattristata e soprattutto preoccupata per la situazione che si è venuta a creare. Prego che ritorni il buon senso, che si recuperi la pace, il perdono e la fratellanza e che la convivenza pacifica torni ad essere una realtà. Ringrazio tutti per la solidarietà, i messaggi e le preghiere in questo momento di crisi. Vi prego di continuare a sostenerci nelle vostre preghiere”.

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