Manipur: sequestro lampo di due sacerdoti mentre si riaccendono le tensioni

Il 13 maggio scorso rapiti due frati salesiani, p. Albert Panmei Aching e p. Peter Poji Küvisie, poi rilasciati dopo 24 ore di prigionia. La soddisfazione del provinciale, che ringrazia quanti hanno collaborato alla liberazione dei confratelli.

di Nirmala Carvalho

Delhi (AsiaNews) - Il sequestro lampo di due sacerdoti riaccende i riflettori sul Manipur, lo Stato nel nord-orientale dell’India da tre anni teatro di gravi violenze etnico-confessionali che hanno colpito anche la comunità cristiana come avvenuto nei giorni scorsi con la morte di tre religiosi battisti. Fonti locali riferiscono ad AsiaNews che due frati salesiani, p. Albert Panmei Aching e p. Peter Poji Küvisie, sono stati rapiti e poi rilasciati dopo 24 ore di prigionia. Altri 14 ostaggi Naga, tra cui 11 donne e un bambino, sono stati rilasciati. Ignora la sorte di sei uomini. 

I due frati sono stati prelevati intorno alle 9 di sera del 13 maggio scorso, mentre si trovavano in viaggio dal complesso di don Bosco a Imphal, la capitale di Manipur, al centro salesiano di Maram, a circa 20 chilometri di distanza. Dopo una notte e un giorno di tensione e paura nella comunità cristiana, i due giovani religiosi sono stati rilasciati la sera del 14 maggio.

Immediata la soddisfazione dei vertici cristiani della zona, che per diverse ore hanno temuto un tragico epilogo della vicenda; lo stesso giorno, infatti, erano stati uccisi i tre religiosi battisti e il loro autista in un probabile agguato nel distretto di Kangpokpi. P. Joseph Pampackal SDB, provinciale dei Salesiani a Dimapur, ha espresso gratitudine a nome della comunità cristiana a quanti hanno lavorato per il rilascio dei confratelli, elogiando al contempo ““gli sforzi coordinati delle organizzazioni della società civile, dei leader religiosi, degli anziani della comunità e delle forze dell'ordine”. “Il loro intervento - ha aggiunto il religioso in una nota - ha contribuito a una risoluzione pacifica di questo incidente”.

P. Pampackal ha ringraziato i membri della comunità Kuki che hanno garantito la sicurezza dei due salesiani durante la loro prigionia, descrivendola come “una testimonianza di riconciliazione e rispetto reciproco anche in circostanze difficili”. Il religioso ha poi ribadito “l’impegno dei Salesiani per la costruzione della pace, il dialogo e il servizio nella regione”, riaffermando “la missione” dell’ordine a “servire il popolo con fede, coraggio e compassione anche in circostanze difficili”.

Nel frattempo fonti della sicurezza riferiscono che altri 14 ostaggi Naga, tra cui 11 donne e un bambino del villaggio di Konsakhul Naga, sono stati rilasciati nel villaggio di Makhan. Resta invece avvolta nel mistero la sorte di altri sei uomini Naga che risultano tuttora sequestrati come conferma la polizia che ha avviato un’inchiesta.

Infine, la sera del 14 maggio scorso tre persone, tra cui una giovane di 18 anni appartenente alla comunità Kuki, sono state consegnate alle squadre di polizia nel distretto di Senapati, ha detto un altro ufficiale. “Eravamo bendati e le nostre mani erano legate. Non conoscevamo i luoghi esatti in cui eravamo stati portati. Potevo percepire che eravamo stati portati in zone collinari. Nessuno ci ha aggredito” ha raccontato una donna che è stata rilasciata nel distretto di Kangpokpi.

Le violenze nel Manipur sono divampate a maggio di tre anni fa e da allora si riaccendono periodicamente. Da quando sono scoppiati gli scontri fra le diverse etnie si è registrata la morte di centinaia persone, mentre sono circa 50mila gli sfollati interni: i Kuki, a maggioranza cristiana, che tradizionalmente abitano le zone collinari, hanno lasciato le loro case allo stesso modo dei Meitei, in prevalenza indù, che occupano soprattutto la Valle di Imphal ma che hanno abbandonato i distretti a maggioranza Kuki.

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