Anziani a Hong Kong: il 47% è rimasto solo dopo la partenza dei figli negli ultimi 3 anni

Un'indagine del Centro Metodista rivela la preoccupazione degli ultra-settantacinquenni, vittime indirette dell'esodo delle famiglie giovani provocato dalla stretta sulla sicurezza dopo le manifestazioni 2019. Intanto la Corte d'Appello accoglie la richiesta delle autorità di ovietare la diffusione on line di "Glory to Hong Kong", la canzone divenuta l'inno delle proteste.

Hong Kong (AsiaNews) - Un gran numero di anziani sono rimasti soli dopo che i loro figli hanno lasciato in massa Hong Kong. Un’indagine svolta dal locale Centro metodista - attivo dal 1980 a Wan Chai nel campo dell’assistenza sociale - rivela il volto più nascosto della grande fuga dalla metropoli seguita alla repressione delle proteste del 2019, con l’imposizione della Legge sulla sicurezza nazionale. Si calcola che siano 200mila gli hongkongesi (in gran parte giovani famiglie) trasferitisi nella sola Gran Bretagna, avvalendosi della possibilità offerta dal doppio passaporto.

Il team di ricerca del Centro Metodista ha intervistato oltre 200 anziani tra giugno e dicembre dello scorso anno. Tra questi, il 47% ha raccontato che uno o più figli hanno lasciato Hong Kong per emigrare negli ultimi tre anni. Il 31% di questi anziani rimasti soli a Hong Kong ha un’età pari o superiore ai 75 anni, e il 75% di loro è assistito oggi dal partner o da altri parenti e amici anziani, senza nessun altro che possa prendersi cura di loro.

Secondo il responsabile dei servizi per gli anziani e la salute del Centro Metodista, Tsui Hong-wang, in molti casi i figli hanno venduto le loro case a Hong Kong e portato con sé i loro beni e i propri risparmi prima di emigrare. La rapidità del precipitare degli eventi ha impedito di preparare adeguatamente questa situazione traumatica, che sta provocando preoccupazione e disagio. Per questo l’istituzione caritativa cristiana sta lanciando il “Medical Home Care Programme” per sostenere forme di assistenza domiciliare in favore degli anziani rimasti soli, con l’ausilio di assistenti sociali, infermieri, fisioterapisti, logopedisti e dietologi.

“Quando hanno un problema - ha dichiarato Tsui Hong-wang - questi anziani oggi non sanno davvero che cosa fare. Chiedono ai figli: ‘Come faccio a scaricare queste app? Voglio uscire, chi mi accompagna? Ma gestire queste situazioni da migliaia di chilometri di distanza e con un fuso orario diverso non è semplice”.

In un contesto così difficile le autorità di Hong Kong, le autorità locali sembrano comunque preoccuparsi ancora molto di più della sua battaglia contro i dei simboli del movimento pro-democrazia che delle ferite lasciate nella società dalla dura repressione. La notizia di oggi è che una corte d'appello si è schierata con il governo nel tentativo di vietare la canzone di protesta Glory to Hong Kong, ribaltando la decisione opposta presa l'anno scorso da un tribunale di grado inferiore che aveva citato problemi di libertà di parola.
Tre giudici della Corte d'appello hanno scritto nella sentenza che l'ingiunzione richiesta dalle autorità è “necessaria” per convincere le piattaforme online a rimuovere “video problematici”.

Resa popolare durante le proteste e i disordini del 2019, Glory to Hong Kong è stata diffusa al posto dell’inno cinese March of the Volunteers in occasione di eventi sportivi internazionali con la presenza di atleti di Hong Kong - confusioni che hanno spinto la polizia a indagare. Le autorità hanno collegato la canzone a “violenza e disordini” e alla difesa dell'indipendenza di Hong Kong, sebbene questa non fosse una delle richieste ufficiali delle proteste del 2019.

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