Consigli distrettuali: seggi vuoti a elezioni per "soli patrioti" di Hong Kong

Nonostante la campagna massiccia delle autorità locali si è fermata al minimo storico del 27,5% l'affluenza nelle consultazioni in cui quattro anni fa una valanga di elettori decretò la vittoria del fronte pro-democrazia. L'astensione di tre cittadini su quattro indice chiaro di una consultazione svuotata di ogni rappresentatività. Anche nel giorno del voto arrestate 6 persone che esprimevano dissenso in maniera pacifica.

Hong Kong (AsiaNews) - Solo il 27,5% per cento degli elettori alle urne, il dato più basso di sempre in una tornata elettorale a Hong Kong. Registrato proprio in quelle elezioni che nell’ultima loro edizione - il 24 novembre 2019, sull’onda delle proteste popolari - avevano portato a votare il 71,23% degli aventi diritto, quasi tre milioni di persone, una cifra mai vista prima. I seggi vuoti sono il messaggio eloquente inviato ieri dai cittadini di Hong Kong nelle elezioni per i circoli distrettuali, il voto per le amministrazioni dei singoli quartieri, anche questo svuotato ormai di ogni significato con l’imposizione di soli “candidati patriottici” sulla scorta della dura repressione di Pechino del movimento pro-democrazia.

A nulla è valsa la massiccia campagna in favore del voto portata avanti dal governo locale, fatta anche di eventi e ingressi gratuiti ai musei per favorire l’affluenza e generosi contributi alle residenze per anziani per organizzare il trasporto degli elettori. Nemmeno il prolungamento di un’ora e mezzo dell’apertura dei seggi - deciso ad urne aperte per un fantomatico problema nella registrazione on line (o più probabilmente per provare a racimolare qualche votante in più tra chi aveva trascorso la domenica a Shenzhen) - ha dato grandi risultati: solo 1,19 milioni di hongkonghesi si sono recati alle urne, con quasi tre elettori su quattro che alla fine sono rimasti a casa. Una proporzione ancora più alta delle astensioni che già due anni fa avevano accompagnato le elezioni per il Consiglio legislativo, il “parlamento” di Hong Kong (anch’esse per soli candidati pro-Pechino).

Cancellare la memoria di quanto avvenuto quattro anni fa era una priorità per il governo di Hong Kong guidato dal “fedelissimo” John Lee: nel 2019 i cittadini avevano, infatti, scelto in massa i candidati pro-democrazia che si erano aggiudicati 388 seggi sui 452 in palio. Un successo travolgente nelle urne che era stato probabilmente il vero motivo che aveva spinto Xi Jinping a imporre la draconiana legge sulla sicurezza nazionale. E nel settembre 2021 la stragrande maggioranza degli eletti avevano già perso il proprio seggio proprio per essersi rifiutati di compiere un giuramento di fedeltà “patriottica” imposto da Pechino. L’ultimo atto dello svuotamento dei circoli distrettuali era arrivato infine a maggio di quest’anno, con la “riforma elettorale” che di fatto aveva ridotto al 20% il numero dei seggi da assegnare attraverso il voto popolare, riservando invece l’elezione della maggioranza dei membri a tre commissioni i cui membri sono nominati dall’amministrazione cittadina. Alla fine - verificando i nomi degli eletti - sta emergendo che il 90% dei membri dei nuovi consigli distrettuali saranno persone che sono già membri di queste tre commissioni.

Il giorno delle elezioni è stato, peraltro, un’ulteriore occasione per reprimere ogni voce di dissenso a Hong Kong: sono stati effettuati sei arresti per presunte "richieste di voto non valide" e "sospetti atti di interferenza con le votazioni". Tre membri del gruppo pro-democrazia League of Social Democrats - la presidente Chan Po-ying e i vicepresidenti Dickson Chow e Yu Wai-pan - sono stati arrestati mentre cercavano di mettere in atto una protesta fuori dal seggio elettorale dove il capo dell'esecutivo John Lee avrebbe dovuto esprimere il suo voto. E anche lo storico attivista 77enne Koo Sze-yiu (nella foto) è comparso oggi in tribunale con l'accusa di sedizione e sottoposto a custodia cautelare, nonostante sia anziano e malato di cancro. Era stato arrestato l'8 dicembre mentre cercava di portare una bara alla Commissione elettorale per protestare contro queste "elezioni false". Indossava una maglietta che recitava: "Sorgi nella verità o perisci nella menzogna".

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