Hong Kong: continua esodo giornalisti per sfuggire al clima di repressione

Fuga partita con imposizione delle legge sulla sicurezza nazionale. La maggior parte vive ora in Gran Bretagna, Canada, Australia, Taiwan e negli Usa. L’80% non ha intenzione di ritornare a Hong Kong. Il 90% non rimpiange la scelta di aver abbandonato la città. Più della metà fa altri lavori, come il barista o il meccanico. L’ostacolo della nuova lingua.

di Emanuele Scimia

Hong Kong (AsiaNews) – Non si ferma l’esodo all’estero dei giornalisti della città per sfuggire al crescente clima di repressione. Lo rivela uno studio dell’Association of Overseas Hong Kong Media Professionals (Aohkm), animata da cronisti veterani fuoriusciti come Joseph Lian e Steve Vines.

Dall’imposizione nell’estate 2020 della legge sulla sicurezza voluta da Pechino, giornali e giornalisti hanno subito forti pressioni dalle autorità, dalla stampa e da utenti social pro-establishment. Diversi quotidiani e siti web hanno dovuto chiudere, come Apple Daily del magnate cattolico Jimmy Lai (agli arresti e in attesa di processo) e Stand News; molti i giornalisti ora in prigione.

Sulla questione, l’Associazione dei giornalisti di Hong Kong ha denunciato più volte che il fermo in serie di cronisti e reporter  ha decretato la fine della libertà d’informazione nell’ex colonia britannica – una accusa che l’esecutivo locale respinge. Nell’ultimo anno, la città è scesa dall’80° al 148° posto nell’indice sulla libertà di stampa di Reporter senza frontiere.

Secondo l’Aohkm, i giornalisti di Hong Kong che risiedono ora all’estero sarebbero qualche centinaio: un numero in continua crescita. Negli ultimi due anni e mezzo la maggior parte è fuggita in Gran Bretagna, Canada, Australia, Taiwan e negli Stati Uniti. Quello della fuga dalla città è un fenomeno molto più vasto e riguarda diverse categorie: tra gennaio 2021 e febbraio di quest’anno solo il Regno Unito ha accolto dalla sua ex colonia 144.500 persone.

Un sondaggio condotto dall’organizzazione umanitaria su 90 di loro ha scoperto che si tratta per lo più di reporter, seguiti poi da redattori. Più di un terzo ha oltre 21 anni di esperienza, e l’80% non ha intenzione di ritornare a Hong Kong a breve per i traumi psicologici sofferti. 

Il 90% non rimpiange la scelta di aver abbandonato la città, malgrado i problemi incontrati nella nuova vita. Più della metà degli intervistati ha detto di non lavorare nel settore media al momento: c’è chi fa il barista, chi il meccanico, alcuni sono diventati youtuber; uno di loro fa il fioraio.

Due terzi di questo gruppo ha dichiarato però di voler tornare alla vecchia professione. La maggioranza di chi vorrebbe continuare con la carriera giornalistica all’estero ha sottolineato però i problemi avuti con una nuova lingua, considerata una forte barriera all’impiego. Alcuni hanno trovato lavoro alla Bbc, a Voice of America e Radio Free Asia. Un terzo, spesso su base volontaria, contribuisce a nuove piattaforme fondate da cittadini di Hong Kong e rivolte alla diaspora cittadina.

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