Hong Kong e l'ossessione sulla sicurezza nazionale

In un posto dove 1832 persone sono già in prigione per motivi politici, la nuova legge sull’articolo 23 serve solo “ad ammantare l’ingiustizia con un velo di legittimità”, come scriveva già qualche mese fa Chow Hang-tung, in carcere per aver ricordato i morti di piazza Tiananmen. La vera risposta è non dimenticarsi questa Cina dietro le sbarre, a Hong Kong come nella Repubblica popolare

di Giorgio Bernardelli

Milano (AsiaNews) - “Un sistema ingiusto ha bisogno di regole per funzionare e perpetuarsi, così come ne ha bisogno un sistema giusto. Non solo, le regole possono spesso ammantare l'ingiustizia con un velo di legittimità istituzionale, facilitando l'attuazione del male su larga scala attraverso l'efficienza e l'indifferenza burocratica”.

A Hong Kong dopo l’approvazione a tempo di record (e rigorosamente all’unanimità) sta per entrare in vigore sabato 23 marzo la versione “locale” della Legge sulla sicurezza nazionale, che in nome dell’articolo 23 della Basic Law restringe ancora di più ogni spazio di espressione del dissenso. Molte voci in queste ore hanno giustamente evidenziato quanto il nuovo provvedimento mini diritti fondamentali della persona in nome della “sicurezza nazionale”. Ma niente più delle parole citate sopra e fatte uscire dal carcere da Chow Hang-tung - avvocata e attivista pro-democrazia, agli arresti dal 2021 per essere tra gli organizzatori della veglia che ogni anno a Hong Kong il 4 giugno ricordava i morti di piazza Tiananmen - spiegano l’essenza della prova di forza imposta in questi giorni da John Lee, l’uomo d’ordine messo da Pechino alla guida del governo di Hong Kong per cancellare la stagione delle proteste del 2019.

A scandalizzare il mondo oggi sono le pene draconiane come il carcere a vita per reati come “tradimento” o “insurrezione”, l’inasprimento delle condanne per “sedizione”, la possibilità immediata di spogliare della cittadinanza i perseguitati politici che si sono rifugiati all’estero, la barbarie giuridica di arrivare persino a poter negare il colloquio con un avvocato nelle prime 48 ore dal fermo di polizia. Ma in fondo c’è ben poco di “nuovo” rispetto al vento che da quattro anni ormai soffia a Hong Kong.

Perché già oggi ci sono 1832 persone in carcere per motivi politici nell’ex colonia britannica. Già oggi nel processo più in vista in corso a Hong Kong - quello contro Jimmy Lai, l'editore cattolico del quotidiano pro-democrazia Apple Daily, anche lui in carcere da più di 1000 giorni - sta testimoniando come se niente fosse Andy Li, un giovane ex attivista pro-democrazia che fermato in mare mentre con 11 altri compagni cercava di raggiungere Taiwan, ha passato 7 mesi nelle carceri della Repubblica popolare cinese; per poi ricomparire in una struttura psichiatrica di Hong Kong, con il forte sospetto che abbia subito torture.

Già oggi nelle cronache di quel processo i normali contatti internazionali di un giornale e di un movimento politico locale vengono presentati come “evidenze” di un complotto contro Pechino. Già oggi nessuno può più candidarsi a sedere nel Consiglio legislativo senza avere ferree credenziali “patriottiche” di fedeltà a quanto deciso per Hong Kong dalla Repubblica popolare cinese. E infatti già oggi nessuno ha avuto alcuna possibilità di avanzare obiezioni alla legge sull’articolo 23, quando invece ancora nel 2003 lo stesso tentativo di far passare un provvedimento simile portò in piazza un milione di persone, costringendo il governo di allora a fare retromarcia.

Perché allora era così importante mettere per iscritto e timbrare con il sigillo di tre votazioni unanimi questo ulteriore giro di vite? Per il motivo che diceva Chow Hang-tung: perché anche per i regimi autoritari è importante ammantare l’ingiustizia con un velo di legittimità. E allora - in queste giornate nuovamente così dolorose - il pensiero non può andare che a lei, all’ex sindacalista Lee Cheuk-yan, all’ex presidente del Partito democratico Albert Ho e a tutti quanti ormai da anni sono in carcere semplicemente per aver affermato l’idea che Hong Kong deve restare quel crocevia di libertà che la storia del Novecento aveva plasmato.

Subito dopo l’approvazione della legge sull’articolo 23, l’altro giorno, John Lee si è affrettato a dichiarare che “ci deve essere un Paese prima di due sistemi“, alludendo allo slogan “un Paese due sistemi”, in forza del quale nel 1997 Hong Kong è tornata sotto la sovranità di Pechino. C’è una sola Cina dietro le sbarre oggi, a Hong Kong come nella Repubblica popolare. A noi il compito di non dimenticarla.

 


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